Uno scorcio suggestivo della Val Trebbia

Val Trebbia, per Hemingway “la più bella del mondo”

L’Italia è davvero un Paese meraviglioso. Come ti giri scopri qualcosa di nuovo e di poco conosciuto.

Uno scorcio suggestivo della Val Trebbia

Uno scorcio suggestivo della Val Trebbia (foto di Riccardo Palmisano)

Pensate che ad un centinaio di chilometri dalla modernissima, trafficatissima, stressatissima Milano c’è una valle che affascinò Ernest Hemingway che la scoprì sul finire della Seconda Guerra Mondiale.

Il famoso scrittore americano, al tempo corrispondente al seguito delle truppe alleate in risalita lunga la Penisola, scrisse nel suo diario: «Oggi ho attraversato la valle più bella del mondo».

La valle che stregò l’autore di Addio alle armi, Per chi suona la campana, Il vecchio e il mare è quella scavata dal Trebbia. È il fiume che nasce ai piedi del monte Prelà in Liguria, per poi entrare nel territorio della provincia di Piacenza, lambire l’Oltrepò Pavese e, a 118 chilometri dalla sorgente, sfociare nel “padre Po”.

È una di quelle valli oggi considerate secondarie, tagliate fuori dall’avanzare della rete autostradale e quindi dall’attenzione del turismo. Eppure la Val Trebbia è tutt’altro che secondaria, carica com’è di storia.

Qui Annibale ed i romani si affrontarono in una sanguinosa battaglia nel 218 a.C. Per questa valle passò il Barbarossa con il suo esercito, attraversando l’Italia verso nord. Nel giugno del 1799 la Trebbia fu teatro di un’altra battaglia, nella quale le truppe austro-russe sconfissero quelle francesi in ritirata verso la Liguria.

Per la Val Trebbia passava una delle vie del sale, utilizzata nel Medioevo per trasportare il prezioso elemento dalla Liguria alla Pianura Padana. La valle era attraversata anche da alcune varianti della Via Francigena, il lungo percorso che un tempo i pellegrini seguivano dal nord Europa verso Roma, che nelle valli piacentine si ramificava seguendo vie diverse.

Insomma, in tempi passati, ben lungi dall’essere secondaria, la Val Trebbia ebbe una grande importanza strategica, come testimoniano i molti castelli (alcuni ancora in ottimo stato) e le torri di avvistamento presenti nei borghi e disseminati sulle cime delle montagne intorno.

Ogni castello racconta una storia. La più intrigante è quella del Castello Malaspina a Ottone. Costruzione austera, quasi spettrale, doveva incutere timore e rispetto a chi transitava per il “Caminus Januae”. Era una strada molto importante, soprattutto per i mercanti che, pieni di soldi, andavano da Piacenza a Genova e al suo porto, per poi tornare carichi di mercanzia. Ghiotte prede per i tanti banditi che infestavano non solo questa zona ma un po’ tutto l’Appennino.

Il “mercatino” dei briganti

Ritratto di briganti

Ritratto di briganti

La “Caminus Januae” passava presso il Castello Malaspina, ed i “birri”, i miliziani feudali responsabili dell’ordine pubblico in tutto il territorio con precisi compiti di polizia, provvedevano con pugno di ferro a controlli e riscontri, nonché alla riscossione di dazi e pedaggi.

Per essere chiari e persuasivi nei confronti di malintenzionati, esponevano presso le mura e sulla pubblica via i corpi dei banditi giustiziati. Con una certa periodicità, per contrastare la malavita nascosta sui monti, ricorrevano poi ai servizi dei balestrieri corsi, mercenari spietati specialisti in rastrellamenti ed incursioni.

Purtroppo quella del brigantaggio fu una questione che si trascinò nei secoli tant’è che rimase l’incubo dei viandanti fino a metà Ottocento. Infatti, i tentativi di rimedio si traducevano regolarmente in semplici palliativi, tanto numerosi erano i malviventi, tanto vasto era il teatro delle loro imprese. I banditi erano ovunque, nelle zone montuose così ricche di selve e di nascondigli.

Nel Settecento i principi Doria consentirono nei feudi imperiali liguri di loro pertinenza la creazione di “zone franche” al fine di recuperare, almeno in parte, la refurtiva e limitare i danni. In pratica, tollerarono che materiali e manufatti di pregio, sottratti con la forza ai mercanti, potessero tornare sul mercato ed essere ricomprati dai derubati o dagli emissari dei Signori a cui erano destinati.

Zona franca importante dell’alta Val Trebbia fu Cerignale, a pochi chilometri dal tetro castello di Ottone. Qui per quindici giorno l’anno confluivano nell’immunità più totale banditi di vario calibro, provenienti (per ovvie ragioni) soprattutto da lontano, o i loro fiduciari per scambiare con moneta sonante velluti, broccati, damaschi frutto di rapine e scorrerie.

Dai briganti al Santo

Bobbio ed il suo Ponte Gobbo sul Fiume Trebbia

Bobbio ed il suo Ponte Gobbo sul Fiume Trebbia (foto di Monika Rossi)

Ma la Val Trebbia fu anche un importante centro spirituale. Situato sulla riva sinistra del fiume, Bobbio è oggi stazione di villeggiatura di turismo balneare del Trebbia d’estate, e stazione sciistica d’inverno grazie alla vicinanza con il monte Penice.

La sua storia si identifica con quella dell’Abbazia di San Colombano. Fondata nel 614 dal monaco irlandese Colombano, nell’Alto Medioevo fu una delle principali sedi della cultura in Italia, con un famoso scriptorium ed una celebre biblioteca.

Nel 1014 l’Abbazia ottenne la dignità e la giurisdizione episcopale, dando vita alla diocesi autonoma di Bobbio, che da borgo monastico salì al rango di città episcopale. Nei primi tempi vescovo ed abate furono un’unica persona, poi le due cariche furono scisse, operando anche una divisione dei beni.

Da questa decisione iniziò la decadenza di Bobbio. Le lotte intestine tra abate e vescovo, aggiunte ai conflitti derivanti dai nuovi soggetti nascenti, i Comuni, portarono rapidamente al declino della città.

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