Home / Itinerari / Val Boreca, la gemma verde sconosciuta delle quattro province

Val Boreca, la gemma verde sconosciuta delle quattro province

Uno scorcio della Val Boreca
Uno scorcio della Val Boreca

Pochi l’hanno visitata e ancora meno ne conoscono l’esistenza, tant’è che è quasi sempre ignorata dalle principali guide turistiche.

Eppure, è una una piccola gemma verde pressoché incontaminata incastonata nel cuore del nord-ovest d’Italia, cerniera di quattro province di altrettante regioni. Confina a nord con la valle Staffora (Lombardia), a ovest con la val Borbera (Piemonte), a sud con l’alta val Trebbia (Liguria), a est ancora con la val Trebbia (Emilia-Romagna).

È la Val Boreca una piccola valle formata dal torrente Boreca. Tra i tanti tributari del Trebbia, è quello cui la Natura ha riservato il compito più arduo.

Come sottolinea una nota del locale Consorzio di miglioramento fondiario e forestale, «mentre gli altri affluenti si sono trovati a scorrere, almeno in parte, su substrati geologici relativamente teneri, ed hanno quindi modellato vallate dalle forme morbide ed arrotondate, il Boreca fluisce su di una durissima formazione rocciosa, formata da arenarie molto cementate e sottili livelli di marne, calcari e argille, regolarmente stratificati, depositatisi tra 100 e 60 milioni di anni fa in un bacino marino profondo oltre 4000 metri dal livello del mare, nel settore occidentale della Tetide, antico oceano che separava il continente euroasiatico dal quello africano».

La particolare resistenza di queste rocce all’erosione ha consentito alle montagne circostanti di mantenere un carattere quasi primordiale, con versanti molto ripidi e dorsali affilate, che emergono con grandi dislivelli dalle profonde incisioni scavate dal torrente principale e dai corsi d’acqua minori.

La vallata ha assunto quindi il profilo a “V” tipico degli ambienti alpini, per nulla addolcito dall’erosione glaciale di cui non si trova alcuna traccia; il Boreca scorre praticamente invisibile dai versanti, fortemente incassato in fondo ad un solco dalle ripide scarpate completamente rivestite di boschi: querceti misti, castagneti in parte abbandonati, faggete d’alto fusto, impianti di conifere. Sui crinali sono presenti brughiere e praterie d’altitudine, in parte ancora tenute a pascolo

Circondata da monti come il Lesima (1.724 m), Alfeo (1650 m), Tartago (1.688 m), Chiappo (1.699 m), Cavalmurone (1.670 m), Carmo (1.640 m) è impervia e coperta di boschi. La val Boreca rappresenta, con i suoi cinquantun chilometri quadrati, il sottobacino più esteso della valle del Trebbia, dopo quello dell’Aveto che resta l’affluente più importante.

L’ambiente di questa valletta è uno dei più incontaminati di tutto l’Appennino, anche a seguito dello spopolamento verificatosi negli anni che ha portato all’abbandono dei piccoli paesi sparsi nella valle, oltre che a causa della conformazione naturale della zona, dominata da una struttura scoscesa e profonda.

Una stradina di Tartago
Una stradina di Tartago

Ovunque boschi di castagni e faggi d’alto fusto, rovere e carpino, oltre ad ampie praterie dominate dalle cime dei monti Lesima e Alfeo, raggiungibili attraverso sentieri, che portano alla scoperta della flora protetta e delle tracce di caprioli e lupi.

La valle, che si snoda impervia e solitaria attorno al torrente Boreca, viene attraversata da un’unica strada, la suggestiva SP18  di 21 chilometri, che passa per Zerba (73 abitanti a fine 2018), centro principale della valle, per poi uscirne a Traschio di Ottone ed innestarsi sulla SS 45, che collega le province di Genova e di Piacenza e quindi la costa del Mar Ligure con la Pianura Padana.

Strade comunali partono dalla SP18 per collegare piccole frazioni, come Belnome (che su una sua pagina Facebook così si presenta: prima farmacia utile a 20 chilometri, ospedale a 40, alimentari a 10. Popolazione residente 6, d’inverno azzerata, estate 150 ridotta oramai alla settimana di agosto), Tartago e Pizzonero,

Pizzonero
Pizzonero

A Pizzonero ogni anno, il 20 agosto, si festeggia San Bernardo, patrono delle genti di montagna. Una festa speciale perché è accompagnata dalla musica tradizionale – con piffero e fisarmonica- la cui lontana origine è proprio tra questi monti.

La festa inizia nel pomeriggio a Belnome, dove si ritrovano ospiti e suonatori, e percorrendo un sentiero nel bosco si parte suonando e cantando verso Pizzonero. Una volta raggiunto il paese, accolti dalla calda ospitalità degli abitanti, si cena e si balla fino a notte inoltrata. A festa finita, muniti di torce, si ritorna a piedi a Belnome dove si fa colazione.

Un caso interessante è quello di Bogli, abitato d’inverno da una sola persona, che ha lasciato la città per dedicarsi in pianta stabile all’allevamento delle capre, ma che d’estate conta circa 580 persone, la maggior parte proprietari qui di seconde case, che recentemente si sono uniti in un consorzio di gestione e miglioramento fondiario per far rinascere quello che rischiava di diventare un paese fantasma.

Tra l’altro, Bogli ha dato i natali a Pietro Toscanini (19 maggio 1769) bisnonno del celebre direttore d’orchestra Arturo Toscanini, la cui casa è tuttora conservata. Inoltre, nel cimitero della frazione riposa il nipote Antonio Toscanini, cugino del maestro, morto a 88 anni il 2 agosto 1954.

Vista aerea di Bogli
Vista aerea di Bogli

C’è poi Suzzi, raggiungibile in automobile soltanto risalendo la Valtrebbia fino a Gorreto già in Liguria, da lì, imboccando una strada comunale, che valica il passo della Maddalena, si arriva al borgo. Disabitato nei mesi invernali, si risveglia nella bella stagione con il suo nucleo di case antiche in pietra dai variopinti colori, circondato da terrazzamenti e pascoli, ricco di fonti surgive.

A valle del paese sorge l’oratorio di S.Giovanni Battista, preceduto dal cimitero (tipicità delle valli alpine) con la sua facciata a capanna intonacata di bianco con al vertice una bifora che fa da torretta campanaria. Nel fondovalle, caratteristico anche se in disfacimento, l’antico mulino con adiacente una stupenda cascata.

Come già accennato, il centro principale della valle è  il piccolo paese di Zerba. E’ il più alto capoluogo della provincia di Piacenza, disteso a 906 m.s.m sul fianco sud del monte Lesima (1724 m), che imponente lo ripara dai venti del Nord. Di fronte il versante nord del Monte Alfeo (1650 m), boscoso e scosceso, ad ovest il Monte Carmo (1650 m) e il Cavalmurone, a nord – ovest il Monte Chiappo (1700 m) completano la cerchia di montagne che contribuiscono a far sì che Zerba abbia un clima eccezionalmente mite malgrado l’altitudine.

Secondo la leggenda, Zerba fu fondata nel 218 a.C. da un gruppo di Cartaginesi rifugiatisi qui dopo la diserzione dall’esercito di Annibale: difficile sfuggire alla suggestione di associare il nome di questo paesino all’isola africana di Djerba, così come quello di Tartago  con Chartago – Cartagine.

Nel 1164 il feudo di Zerba fu concesso da Federico Barbarossa a Obizzo Malaspina; nel 1266 a causa di divisioni famigliari il paese fu aggregato al marchesato di Pregola dei Malaspina del ramo dello Spino Secco. Nel 1361 subentrarono i Visconti, i Porri e i Pinotti. Nel 1453 il feudo passò al marchese Morello Malaspina, nel 1670 ai Malaspina di Pregola fino alla soppressione napoleonica del 1797.

Lascia il tuo voto!

Riguardo Redazione

Redazione
Vi proponiamo il gusto di mangiare, bere bene, ma anche il gusto di sapere, di scoprire curiosità della passione per la nostra Penisola.

Controlla anche

Monumento all'arrotino a Stolvizza

Stolvizza, il paese degli arrotini giramondo e delle Cjalcune

Se state cercando Resia su una cartina stradale, sprecate il vostro tempo. O meglio, trovate …