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Stolvizza, il paese degli arrotini giramondo e delle Cjalcune

Stolvizza con sullo sfondo il Monte Canino
Stolvizza con sullo sfondo il Monte Canino

Se state cercando Resia su una cartina stradale, sprecate il vostro tempo. O meglio, trovate Resia in Val Venosta, ma non quella di cui vogliamo parlarvi.

Perché questa Resia semplicemente non esiste, o almeno non come paese vero e proprio. Il nome identifica un territorio di circa mille abitanti a nord-est della provincia di Udine, che comprende le frazioni di Prato (sede del Comune), Gniva, Oseacco (Osoane), San Giorgio (Bila), Uccea e Stolvizza.

Stolvizza è il lembo estremo d’Italia, a ridosso della Slovenia, tant’è che il comune più vicino, a ridosso del confine, è Caporetto. Arrivare in questo piccolo paese della Val Resia significa conoscere anche una comunità ed un territorio di straordinaria bellezza, dominato dalla severa maestosità del Monte Canino, sulle cui cime si combatterono aspre battaglie durante la Grande Guerra, in durissime condizioni ambientali raccontate da un noto canto degli alpini:

Da Stolvizza partono  numerosi tracciati davvero spettacolari, particolarmente adatti per alunni delle scuole, società sportive, gruppi spontanei, associazioni del tempo libero ma anche per bambini, anziani, diversamente abili e persone poco allenate.

In questo borgo si può anche gustare la cucina tipica presso la trattoria All’Arrivo (punto di partenza dei sentieri per il trekking) o pernottare presso la Casa Vacanze di Vilma Quaglia o presso la Casa Vacanze di Pamela Pielich. Tutte queste strutture sorgono nel cuore del Parco Naturale delle Prealpi Giulie, un’istituzione che rappresenta un valore aggiunto ad un territorio davvero speciale, che merita di essere meta di almeno una gita.

Certo, una volta l’ambiente era meno bucolico. Come in molti paesi di montagna, un tempo, neppure tanto lontano da noi, la povertà regnava sovrana anche a Stolvizza e gli abitanti dovevano ingegnarsi a trovare un mestiere che desse un minimo di conforto economico alle famiglie. Una delle attività esercitate dagli uomini di Resia fu quella dell’arrotino ambulante, a cui Stolvizza ha dedicato un piccolo ma ben documentato museo ed un monumento. a ricordo di tante vite di sacrifici.

Due biciclette utilizzate dagli arrotini a metà del secolo scorso
Due biciclette utilizzate dagli arrotini a metà del secolo scorso

Scriveva nel 1970 Aldo Madotto nel suo Pagine di storia. Resoconti di vita resiana: quello dell’arrotino «è un mestiere poco comune … proprio della gente di montagna, dove non si ha modo di appendere altre arti. È facile da imparare, non richiede il possesso di capitali, né particolare perizia. Basta avere un po’ d’ingegno, spirito di sacrificio e sopportazione, e darsi da fare.

«È, però, un mestiere umile, che comporta sacrifici e molti strapazzi. Egli deve lasciare la famiglia, andare per il mondo senza una meta fissa, rimanere assente per lunghi periodi e ritornare a casa per breve tempo soltanto in certe occasioni, per le feste tradizionali del paese, e all’epoca della falciatura».

Spinto dal bisogno economico, l’arrotino andava ampliando gradualmente il territorio del suo lavoro per la ricerca di nuovi mercati di lavoro. Camminando a piedi,  l’arrotino svolgeva il proprio mestiere spostandosi con una sorta carretto dotato di una grossa ruota di legno rivestita da un cerchione di ferro (krosma), oppure portando gli attrezzi del mestiere racchiusi in una cassetta portata a spalla (krama).

Il carretto a due ruote, una volta giunto sul luogo di lavoro, veniva letteralmente ribaltato su sé stesso e si trasformava nello strumento di lavoro. Alla ruota veniva agganciato un pedale con vari snodi, veniva fissata la cinghia di trasmissione del movimento alla mola e su una parte sporgente del carretto, fissava poi un secchiello con dell’acqua che sgocciolava sulla mola mediante un piccolo rubinetto dosatore, con funzioni di lubrificante.

Monumento all'arrotino a Stolvizza
Monumento all’arrotino a Stolvizza

Col bello o col cattivo tempo era sempre in cammino da un paese all’altro in cerca di lavoro. Era faticoso farsi una clientela, difficile crearsi una zona di lavoro propria e difendere il proprio territorio dalla concorrenza di altri arrotini, per tali ragioni occorreva affinare il proprio mestiere e mantenere prezzi competitivi.

Fino agli anni sessanta l’esercizio di questo mestiere comportava molti sacrifici. L’arrotino mangiava di solito al sacco in una piazza, poche volte si rifocillava con un piatto caldo, ogni sera era alla ricerca di un alloggio per la notte, di solito un mucchio di fieno o di paglia infilati in un sacco di tela.

«Gli arrotini di Resia – continuava Aldo Madotto – arrivavano dappertutto, si sparpagliavano ovunque, lavorando isolati, in autonomia, senza farsi concorrenza. … Nell’Ottocento e  negli anni precedenti la prima Guerra Mondiale, gli arrotini resiani si erano portati fino nelle più remote località dell’Europa orientale e meridionale. Uno, Simone Siega, di Oseacco, in una lunga peregrinazione durata anni, fra avventure e pericoli di ogni genere, aveva attraversato, lavorando lungo l’itinerario, tutti i Balcani, arrivando al Bosforo, passando poi in Turchia e, attraverso l’Anatolia e la Siria, a Gerusalemme».

Dopo l’ultima guerra la bicicletta opportunamente attrezzata sostituì il carretto a due ruote spinto a mano: un grande passo avanti per la categoria perché si faceva meno fatica per spostarsi e si aveva modo di percorrere un territorio più esteso, con più tempo da dedicare al lavoro, e più occasioni per trovarlo.

Nel video di Video Sudio 49, una panoramica del Museo dell’Arrotino di Stolvizza ed un ricordo della figura di questo artigiano ambulante.

 

La gustosa tradizione delle Cjalcune

Se avete intenzione di visitare Stolvizza, non dimenticatevi di assaggiare le Cjalcune, gnocchi ripieni farciti con i preziosi frutti del territorio montano al confine con la Slovenia.

Non sono state rinvenute fonti che attestino l’epoca di origine delle Cjalcune. Quello che è certo è che, però, la loro ricetta viene tramandata di generazione in generazione da tempo immemorabile, tanto da diventare uno dei prodotti più rappresentativi della zona della Val Resia. Queste gustose prelibatezze friulane fanno parte del vasto assortimento degli gnocchi ripieni che caratterizzano la tradizione gastronomica delle aree montane a ridosso del confine con la Slovenia.

Si presentano di grandi dimensioni e si caratterizzano per una ricca farcitura a base di erbe spontanee e aromatiche e frutta secca che deve essere presente in percentuale non inferiore a 25% del peso complessivo dopo la cottura. L’impasto è, invece, a base di patate e farina. Sebbene non si conosca la storia delle origini del prodotto, gli abitanti più anziani del Comune di Resia sostengono che fosse presente sulle tavole locali sin dall’inizio del secolo e che venisse associato ad alcune feste popolari: quella dell’Assunzione, chiamata la “Smarnamisa”, che si celebra il 15 agosto, quella di Santa Rok (S. Rocco), il giorno successivo, e quella di San Giorgio che cade la seconda domenica di luglio.

Un piatto di Cjalcune
Un piatto di Cjalcune

Ingredienti – Patate, farina, uova, sale, spinaci, cren, uva sultanina, farina di mais, burro, cannella, formaggio stagionato da grattugia.

Preparazione – Per realizzare l’impasto, bisogna portare le patate ad ebollizione e cuocerle per poi sbucciarle e schiacciarle. Si può aggiungere dell’uovo ed un pizzico di sale e la farina ed impastare fino a che non si ottiene un composto soffice ed omogeneo. Per realizzare un ottimo ripieno, bisognerà scottare delle foglie di spinaci e cren. Una volta tritati, si potrà aggiungere dell’uva sultanina, del tuorlo d’uovo tritato, sale, farina di mais per amalgamare e cannella.

Si potrà, quindi, procedere alla stesura della pasta che dovrà mantenere uno spessore di circa 0,5 centimetri dalla quale si potranno ricavare dei dischi del diametro di 4-6 centimetri. Al centro di essi si potrà adagiare un cucchiaio di farcitura e chiudere il tutto ottenendo degli gnocchi di forma triangolare con gli spigoli smussati che andranno cotti sino a che non saranno risaliti in superficie. Una volta scolati, potranno essere conditi con formaggio, burro fuso, cannella o farina di carrube.

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