Sui sentieri della Grande Guerra … per capire

Riprendiamo dall’ultima newsletter dell’Ufficio del Turismo Alto Adige un interessante articolo di Gabriele Crepaz e Dora Vannetiello sui sentieri dolomitici della Grande Guerra.

Oswald Überegger è ricercatore presso l'Istituto di storia regionale della Libera Universitá di Bolzano e collabora con ricercatori e colleghi in tutta Europa. Ha recentemente collaborato a due pubblicazioni sul tema della Grande Guerra. © Alex FilzAll’indomani della Grande Guerra, anche sulle Dolomiti molto cambia: vette e sommità invalicabili sono ora solcate e rese accessibili da sentieri e vie ferrate, costruite per scopi bellici e diventate un enorme parco giochi per turisti.

Secondo Oswald Überegger, storico e responsabile del Centro di competenza Storia Regionale della Libera Università di Bolzano, “senza la prima guerra mondiale oggi non avremmo così tanti percorsi e vie ferrate”. Sentieri su cui cento anni fa i soldati si muovevano con granate e baionette. Solo scoprendo cosa è successo lassù possiamo imparare a capire questi percorsi.

Del rapporto complesso con i sentieri di guerra, con un passato che ci accomuna e con la storia dei soldati austriaci e italiani, parliamo con Oswald Überegger, che ha di recente contribuito in qualità di storico alla pubblicazione La Guerra italo-austriaca.

Appena inizia la nostra chiacchierata, Überegger ci spiega che “nel 1915, con l’entrata in guerra dell’Italia si costruì un nuovo fronte nel frastagliato panorama bellico della prima guerra mondiale: un fronte che si estendeva dal massiccio dell’Ortles verso est alle Alpi Carniche e fino al mar Mediterraneo, attraversando tutto il Friuli Venezia Giulia”.

Soldati inesperti

Sentinella austriaca in mezzo alla neveSpesso ci muoviamo su sentieri che sono stati costruiti da soldati in terribili condizioni. La conquista delle montagne comincia con la prima guerra mondiale? “Era l’epoca della grande conquista dei monti. La storia del turismo nelle Alpi comincia proprio nel 19˚ secolo. Tutto il Tirolo allora era importante per il turismo, con i suoi sanatori e cure termali, in Alto Adige soprattutto Merano. A parte questo, ci sono sentieri costruiti a causa della guerra, a partire dal maggio 1915. Senza questo conflitto non sarebbero stati costruiti tutti i percorsi e le vie ferrate di cui disponiamo oggi. Allora erano una necessità per i rifornimenti e la logistica del fronte dolomitico che si assestava tra i 2.000 e i 3.000 metri”.

I Reti sono i primi abitanti dell’Alto Adige.
I. secolo a.C. L’Alto Adige diventa parte di Roma.
476 d.C. Crolla l’Impero romano d’Occidente. Successivamente la zona viene colonizzata da popoli germanici ed entra a far parte dell’Impero carolingio.
1363. L’Alto Adige (insieme al Trentino) entra in possesso della casata degli Asburgo.
1919. Il nuovo confine del Brennero divide una regione, il Tirolo, che per secoli era stata un’identità indissolubile dell’Impero asburgico. Nasce il Sudtirolo e viene annesso all’Italia.

Chi veniva mandato al fronte? Soldati esperti? “Generalmente no, erano soldati semplici senza alcuna formazione alpinistica. Solo gli alpini e i cacciatori dell’imperatore  avevano competenze specifiche, mentre per la maggior parte si trattava di soldati senza conoscenze alpinistiche. L’esercito austro-ungarico tra l’altro riuniva ben dodici nazionalità, non solo soldati tirolesi che da tempo tenevano il fronte, ma anche cechi, sloveni e ungheresi che non avevano alcuna idea della guerra in montagna. Inoltre non si era messo in conto che la guerra sarebbe durata così tanto”.

Il che significa che i soldati erano stremati … “Non solo, non erano neanche preparati. Non c’era mai stata prima di allora una guerra a queste altezze, né che fosse durata così tanti anni. In questo senso la grande guerra è stata una sfida enorme, che ha anche provato i militari esperti. I soldati hanno dovuto imparare di giorno in giorno e di mese in mese a confrontarsi con le montagne e cercare di mantenere il fronte”.

Vita di trincea

Infatti si ha la sensazione che si combattesse poco perché si doveva anche lottare per sopravvivere in montagna…
“È una buona osservazione. Sul fronte del Tirolo si trattava solo di mantenere la posizione, poiché la situazione più importante strategicamente si svolgeva sul fronte dell’Isonzo, dove sono caduti tantissimi soldati, perché era più rilevante per la tattica italiana”.

Si legge spesso che sul fronte dolomitico è stata la natura e non la guerra a mietere più vittime. “Io non direi, penso che questa sia un’esagerazione. Ciononostante molti morti sono da imputare a slavine e assideramenti. Anche sul fronte russo dominavano le stesse condizioni, con la differenza che lì correva anche il rischio epidemia”.

Come si svolgevano le giornate lassù? “Il fronte era molto immobile, la guerra sulle Dolomiti divenne rapidamente Riparo sulla Cima di Costabellauna guerra di posizione, per cui su entrambi i lati si cercò di costruire infrastrutture, ripari, caverne, per ripararsi dal fuoco nemico e per effettuare i rifornimenti che in montagna giungevano con difficoltà. Bisogna immaginarsi che in inverno i soldati erano esposti a temperature di -50 gradi centigradi e con il problema della neve non era facile rifornire un fronte di migliaia di soldati. Ci sono state fasi in questa guerra, in cui i rifornimenti mancavano per giorni o settimane e i soldati morivano di fame. Proprio queste sono le caratteristiche di questo fronte”.

Quali erano le attività dei soldati? Combattevano ogni giorno? “L’obiettivo era evitare che il nemico sfondasse le linee penetrando nell’entroterra. La guerra sulle Alpi era una guerra di difesa in cui si cercava semplicemente di impedire al nemico di avanzare. Di giorno in giorno si conquistavano o abbandonavano nuove vette, cedendo o conquistando solo cento metri e nulla più. Comunque non si combatteva ogni giorno, c’erano lunghi cessate il fuoco della durata di settimane”.

Umanità al bando

Recupero dei caduti a CiamorciaCombattere per anni sulla stessa vetta doveva essere logorante. Ci sarà stato un punto in cui i soldati sentivano che tutto ciò era inutile?  “Era un problema molto diffuso, che ha anche segnato psicologicamente molti soldati. Sul fronte orientale milioni di uomini hanno sperimentato gli stessi disturbi. Sul fronte dolomitico si cercava di risolvere il problema mandando le truppe lontano dal fronte per un periodo di riposo nelle retrovie. Quindi a rotazione tutte le truppe venivano spostate dal fronte verso l’interno e viceversa. La quotidianità al fronte era contrassegnata dalla monotonia: non ci si poteva muovere molto in trincea, bisognava sopportare le difficoltà della natura, le slavine e il freddo in inverno. Per questo sono stati costruiti rifugi e caverne, che forse erano l’unico vantaggio di questa guerra di posizione perché permettevano di creare un ambiente piú accogliente. Ancora oggi a Lagazuoi ci sono rifugi sotterranei scavati dai soldati”.

C’erano occasioni in cui i soldati dei due fronti potevano entrare in contatto? “In alcuni casi eccezionali è successo. A Natale o durante le festività c’erano momenti di fraternizzazione e di dialogo tra soldati italiani e austriaci. Ma nella norma anche al fronte dolomitico dominava un tipo di guerra dell’anonimato, perché combattuta con artiglieria pesante e tecnologicamente avanzata, come mine e gas. Altre eccezioni erano i cessate il fuoco in cui i soldati delle due parti potevano seppellire i propri caduti. Situazioni di fraternizzazione tra soldati delle due fazioni vennero a crearsi anche a causa della disubbidienza nei confronti dei propri ufficiali quando i soldati erano ormai stanchi e disillusi. In ogni caso si tratta sempre di casi eccezionali”.

Guerra e tecnologia

Torniamo un attimo ai rifornimenti. Ogni quanto si effettuavano? “Dipendeva dalla zona di stazionamento delle truppe. In fronti molto complessi avveniva spesso, perché non esistevano i mezzi per conservare i viveri per molto tempo, tanto che in alcuni casi si parla anche di rifornimenti giornalieri. A trasportare viveri e armi erano spesso erano i prigionieri di guerra russi oppure si usavano le teleferiche. Uno dei vantaggi di questa guerra è stato proprio lo sviluppo tecnologico dei trasporti in montagna”.

Arrivano i rifornimentiE da dove provenivano i viveri? “Provenivano per lo piú dall’entroterra oppure dalle immediate vicinanze, nel caso dell’Alto Adige dalla Valle Isarco e dalla Val Pusteria. Bisogna considerare che, a causa della durata della guerra, anche il fronte interno era sotto sforzo”.

Ci sono molte foto scattate durante questo evento bellico. Chi le ha fatte? “Le foto provengono da diversi contesti. La prima guerra mondiale è il primo caso bellico in cui un soldato versato tecnologicamente all’occorrenza poteva avere una macchina fotografica. Spesso le foto venivano scattate per ordine dei superiori di grado. Molte delle immagini dei nostri archivi venivano utilizzate per la propaganda sul fronte interno. Ci sono ad esempio migliaia di immagini di trincee in luoghi idilliaci sulle Dolomiti, con meravigliosi panorami. Queste immagini venivano poi distribuite su giornali e riviste a fini propagandistici per confortare il fronte interno. Sempre per questo motivo anche le lettere venivano censurate: non si poteva certo comunicare apertamente durante la guerra. 

“Ci sono, tuttavia, anche immagini che ritraggono soldati ammucchiati in squallidi alloggiamenti. Quelle non sono certo state usate come strumento di propaganda. I giovani ufficiali hanno fotografato anche cose che non erano approvate ufficialmente. Di queste foto ce ne sono a migliaia, tra cui anche terribili immagini di cadaveri, che rappresentano perfettamente questa guerra”.

Confrontarsi col passato

All’inizio del nostro incontro abbiamo parlato dei sentieri che oggi hanno un uso turistico ma sono stati costruiti Muoversi sui sentieri della prima guerra mondiale è come viaggiare sui ponti della storia. © Consorzio turistico Alta Badiadurante la guerra. Dobbiamo sentirci in colpa quando facciamo un’escursione su uno di questi sentieri?  “Domanda interessante. Non direi, per me sono relitti di guerra con cui dobbiamo confrontarci. E quanto più li si utilizza, tanto meglio. Penso solo che per trattare questo tema ci voglia una certa sensibilità. Bisogna fare chiarezza, spiegare anche a ospiti e turisti che percorrere i sentieri della prima guerra mondiale significa confrontarsi con questa storia. Ma non bisognerebbe restare in silenzio, nascondere il contesto in cui si è sviluppato il panorama che abbiamo ereditato e che proviene dalla guerra. Bisogna sottolinearlo e fare chiarezza”.

Fino a poco tempo fa non era difficile imbattersi in relitti di guerra su questi sentieri. Cosa bisogna fare quando se ne trova uno? “Non bisogna assolutamente portarli via: sono strumenti spesso ancora attivi, come le granate ad esempio, capaci persino di esplodere. Bisogna segnalare la presenza dell’oggetto al rifugio piú vicino in modo che se ne occupino gli artificieri. Purtroppo ci sono già molti gruppi di collezionisti che raccolgono questi relitti e li portano in un qualche museo privato, il che può essere molto pericoloso. Proprio questa estate sulle Dolomiti gli artificieri hanno dovuto far brillare alcune granate. Certo se trovo dei viveri in lattina, posso portarli via senza problemi”.

Ndr: le foto d’epoca sono state scattate da Richard Müller, architetto bolzanino chiamato alle armi nel 1915 nell’esercito austro-ungarico.

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Bruno Brida

Direttore Responsabile (bruno.brida@gustosamente.it) - Giornalista da oltre 40 anni, caporedattore centrale di periodici locali, con la passione per i motori, la storia e per ... i piaceri della tavola e della buona compagnia!