E se il leggendario Re Artù fosse stato italiano?

E se Re Artù invece che britannico fosse stato italiano? Da noi, infatti, si trovano gli elementi più caratteristici della leggenda arturiana, mai trovati in Gran Bretagna.

La spada nella roccia di San Galgano

La leggenda di Re Artù inizia con una spada conficcata nella roccia. Ebbene, nell’eremo dell’Abbazia di San Galgano, nel comune senese di Chiusdino, spunta da una roccia l’elsa di una spada: ufficialmente è quella conficcata da San Galgano nel 1180 come atto di conversione dopo una vita di dissolutezze. Il curioso è che il nome Galgano richiama suggestivamente quello di Galvano, il più giovane dei cavalieri di Re Artù, e suo nipote.

C’è poi l’altra spada, la magica Excalibur (il nome significa “in grado di tagliare l’acciaio”) consegnata ad Artù dalla Dama del Lago e poi utilizzata anche da sir Galvano (sempre lui!) per difendersi dall’attacco di un gruppo di nemici.

Ebbene, secondo una tradizione barese, Excalibur sarebbe stata forgiata utilizzando il metallo della lancia con cui il centurione Longino trafisse il costato di Gesù. Per alcuni cultori del mistero, quanto rimane di quella lancia sarebbe nascosta a Bari, sotto la Basilica di San Nicola.

Sull’archivolto della cosiddetta Porta dei Leoni di questa basilica, realizzato nel XII secolo dallo scultore Basilio, ci sono scene e vicende del ciclo cavalleresco di Re Artù e dei suoi prodi cavalieri. Che c’è di strano in questo bassorilievo? C’è che è stato realizzato almeno un secolo prima della diffusione nel nostro Paese del cosiddetto “Ciclo Bretone” o “Materia di Bretagna” (ovvero l’insieme dei racconti in prosa o rima delle gesta di Artù e dei suoi cavalieri della Tavola Rotonda) che avvenne solo a partire dal XIII secolo.

E non è tutto.  Infatti Re Artù o meglio Rex Artorius compare in un’altra non meno straordinaria opera d’arte visibile in Puglia. Si tratta dello bellissimo mosaico pavimentale della cattedrale di S. Maria Assunta a Otranto (Lecce).

Scene del ciclo cavalleresco di Re Artù e dei suoi prodi cavalieri sull’archivolto della Porta dei Leoni della Basilica di San Nicola, a Bari

Il mosaico, uno dei più grandi al mondo, fu realizzato nel 1163 (quindi, anche in questo caso ben prima della diffusione del “Ciclo Bretone”) da tale Fra’ Pantalone.

Le tematiche del mosaico sono profondamente simboliche: si va dall’Arbor Vitae alle storie della Creazione dell’Uomo. Ebbene, proprio tra le figure di Adamo ed Eva, da un lato, e di Caino e Abele, dall’altro, si vede un personaggio coronato a cavallo di una specie di capra con accanto la scritta “Rex Artorius”.

Per finire, c’è la questione di Camelot, la leggendaria fortezza di Re Artù. Ebbene, una inveterata tradizione individuerebbe in Calabria, e precisamente in Aspromonte, la vera dimora di Rex Artorius. Secondo alcuni ricercatori, i resti di tale favolosa residenza sarebbero i misteriosi monoliti di Nardodipace, sulle Serre calabresi. Che, va precisato, per l’archeologia ufficiale non sono altro che formazioni rocciose naturali.

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