Ponte Rotto oggi.

Ponte Rotto, dove fallì anche Michelangelo

Ponte Rotto è uno dei reperti più antichi di Roma, ed anche il meno conosciuto. Colpa di una storia fatta di fallimenti.

Ponte Rotto RomaI romani lo chiamano Ponte Rotto. Tra le infinite vestigia di Roma antica passa inosservato. Anche perché i turisti che passano sul moderno ponte Palatino, che gli sta accanto e collega Lungotevere Aventino con la parte nord di Trastevere, sono distratti dallo spettacolo dell’Isola Tiberina.

Invece, Ponte Rotto è un importante cimelio che risale al secondo secolo a.C., ossia al periodo repubblicano di Roma, anche se di quel periodo rimane poco.

L’importanza storica del nostro povero Ponte Rotto sta nel fatto che fu il primo ponte in muratura della città, non ancora caput mundi ma già padrona del Mediterraneo, noto come Pons Aemilius (Ponte Emilio). Cavalcava il Tevere poco più a nord dell’antico Ponte Sublicio.

Viene di solito attribuito ai censori Marco Emilio Lepido e Marco Fulvio Nobiliore, che nel 179 a.C. avrebbero fatto costruire i primi piloni. Plutarco e Tito Livio, però, retrodatano i lavori attorno al 241 a.C., in concomitanza all’apertura della grande via consolare realizzata dal console Aurelio Cotta, la famosa via Aurelia, e li attribuiscono a Manlio Emilio Lepido.

Secondo i due storici, nel 179 a.C. Marco Emilio Lepido e Marco Fulvio Nobiliore avrebbero provveduto, in occasione dei lavori per la realizzazione del grande porto fluviale di Roma noto come Emporium, solamente alla posa di nuovi dei piloni e di una passerella in legno di collegamento. Passerella in legno sostituita nel 142 a.C. dai censori Publio Cornelio Scipione e Lucio Mummio con arcate in muratura, dandogli così maggior dignità.

Con il tempo, il ponte assunse diverse denominazioni: Ponte Massimo nel 12 a.C., in omaggio a Massimo Augusto che ne promosse il completo rifacimento; Ponte di S. Maria nell’872, quando il pontefice Giovanni VIII trasformò il vicino Tempio di Portunus nella Chiesa di S. Maria Egiziaca; nel 1144 divenne Ponte Senatorium, probabilmente dopo il restauro eseguito a spese del Comune e per iniziativa del Senato.

 Eh sora Nunziatina, cuanno fussi / lescito a la dimanna, me voría / levà un dubbio, si mmai, nun zapería… / ciavessivo pijjati pe bbabbussi, /  oppuramente per ingresi, o russj, / o ppe ggreghi sbarcati da turchia; / che nnun ze conosscessi, giogglia mia, /  cual’è er tu’ ggioco, e indove strissci e bbussi: / e nun ze sa ppe ttutti li cantoni, / da ponte-rotto a ppiazza-montanara, / che nnu li capi si nun zò ccojjoni? / Ma a mmé la bbajocchella me sta ccara: / e pe cquer fatto drento a li carzoni / nun ce vojjo chiamà la lavannara. (Giuseppe Gioachino BelliSonetti romaneschi)

A parte la continua modifica della denominazione in funzione dei tempi, la storia di questo ponte è un susseguirsi di crolli e di ricostruzioni. Ci provò anche il grande Michelangelo Buonarroti, con un progetto realizzato nel 1552 che resistette solo cinque anni, prima di venire spazzato via da una spaventosa alluvione. Forse perché, come accusò il Buonarroti, i lavori furono male eseguiti da Nanni di Baccio Bigio.

"Vista del Ponte Rotto in Trastevere" (Jan Asselein, 1645 circa)Sta di fatto, comunque, che né Michelangelo né i “tecnici” i suoi predecessori si erano fidati troppo delle capacità ingegneristiche degli antichi romani … fiducia in questo caso mal riposta. Infatti, l’instabilità del povero ponte era tutta colpa dell’infelice posizionamento originario, obliquo rispetto alla corrente del fiume, che in quel punto è piuttosto forte. Bastava un aumento della portata del Tevere per mettere in crisi la struttura.

L’ultimo tentativo di ricostruzione fu fatto da Gregorio XIII Boncompagni per il Giubileo del 1575, come riportato nell’iscrizione ancora oggi ben leggibile: “Per volere di papa Gregorio XIII il Comune di Roma nell’anno giubilare 1575 restituì alla primitiva robustezza e bellezza il Ponte Senatorio, i cui fornici, caduti per l’antichità e già in precedenza restaurati, l’impeto del fiume aveva nuovamente abbattuto”.

Purtroppo il 24 dicembre 1598, un’altra gigantesca piena del Tevere si portò via tre delle sei arcate del ponte, che non vennero più ricostruite. La metà del ponte rimasta in piedi, ancorata alla riva destra, fu trasformata in giardino pensile, fino alla fine del Settecento. Nel 1853 un progetto di Pietro Lanciani restituì vita al ponte con la costruzione di una passerella metallica sorretta da funi che lo collegò alla riva sinistra.

Tale soluzione durò fino al 1887, quando fu decretato l’abbattimento della passerella e la creazione del nuovo e adiacente ponte Palatino. Per motivi tecnici connessi a questa nuova costruzione l’antico ponte venne privato di due delle tre arcate e definitivamente soprannominato dai romani Ponte Rotto.

Il Savillum in onore del Ponte Rotto

E per finire, in onore delle origini dello sfortunato Ponte Rotto, ecco una ricetta del secondo secolo a.C., presente nel Liber de agri cultura di Marco Porcio Catone (234 – 149 a.C.), il famoso “Censore”.

Si tratta della modalità di preparazione del Savillum, una sorta di torta dolce al formaggio, il dessert preferito da molti romani del tempo. “Mezza libbra di farina – prescrive Marco Porcio Catone – due e mezzo di cacio, si mischiano bene; si aggiungono tre once di miele ed un uovo. Ungi con olio un catino di terra cotta, e quando avrai ben bene impastato tutto, mettilo nel catino e coprilo. Bada che si cuocia bene nel mezzo, dove è più alto. Quando sarà cotto, togli dal catino, ungi con miele. spargilo di papavero, rimettere un poco in forno. Poi, mettilo in tavola col piatto e i cucchiaini”.

Nel video, la moderna interpretazione francese del Savillum.

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