Il lago di Piana degli Albanesi

Piana degli Albanesi, alla scoperta degli albëreshë

Oggi proseguiamo il nostro viaggio alla ricerca di luoghi che hanno contribuito a costruire la nostra storia, il cui ruolo e la cui importanza sono spesso sconosciuti ai più.

Uno di questi luoghi cardine della nostra storia nazionale porta il nome evocativo di Piana degli Albanesi, le cui vicende sono un’ulteriore dimostrazione – che ultimamente tendiamo a dimenticare – di come il popolo italiano sia frutto dell’incrocio di tante immigrazioni.

Il lago di Piana degli AlbanesiOggi Piana degli Albanesi è un comune di circa 6500 abitanti dell’entroterra di Palermo, da cui dista una ventina o pochi più di chilometri. Adagiata sulle rive di ampio lago, si estende su un altipiano a 750 metri s.l.m dominato dall’imponente mole del Monte Pizzuta.

Fino agli inizi del Novecento il monte ha contribuito alla sopravvivenza degli abitanti della zona che nei mesi invernali più rigidi lavoravano nelle cosiddette neviere, buche coniche artificiali larghe 15 metri e profonde tre scavate lungo il versante occidentale della montagna.

Queste buche venivano riempite da strati di neve compressa, separati da paglia. Con la bella stagione, le balle di neve compressa, ormai diventato ghiaccio, avvolte nella paglia che fungeva da coibentante, erano trasportate di notte a dorso di mulo, fino a Palermo, lungo percorsi contrassegnati da piccole edicole votive dedicate alla Madonna della Neve.

Una volta il città, con degli appositi cucchiai scanalati veniva grattato da queste balle del ghiaccio che mescolato al succo di limone formata una sorta di granita venduta con il nome di grattatella.

Ritornando alla nostra Piana degli Albanesi, questa cittadina è il centro più importante degli albanesi in Sicilia, oltre che il più il più grande stanziamento di albëreshë, ossia dei cosiddetti albanesi d’Italia, storicamente stanziata soprattutto in Calabria ed in Sicilia.

Provenienti dall’Albania e dalle numerose comunità albanesi della Morea (il nome medievale del Peloponneso) e della Ciamuria, la regione costiera dell’Epiro, gli albëreshë si stabilirono in Italia tra il XV e il XVIII secolo, in seguito alla morte dell’eroe nazionale albanese Giorgio Castriota Scanderbeg e alla progressiva conquista dell’Albania e, in generale, di tutti i territori dell’Impero bizantino da parte dei turchi-ottomani.

Costumi tradizionali di Piana degli AlbanesiGrazie all’appoggio della Repubblica di Venezia, gli esuli albanesi, tra cui alcuni consanguinei di Scanderbeg, riuscirono a raggiungere le coste siciliane. Sbarcati sul litorale e costretti a dirigersi verso l’interno per timore di rappresaglie da parte dei turchi, i profughi cercarono in diverse parti dell’isola il luogo dove insediarsi.

Dopo tentativi durati diversi anni, finalmente lo trovarono ai piedi del Monte Pizzuta. Qui ricostruirono la loro “nazione” soprattutto per non disperdere la loro lingua, la loro religione greco-bizantina, i loro usi, la loro arte e anche la loro gastronomia.

In effetti, nel corso dei secoli questa cittadina è diventata fra i maggiori centri attivi e influenti degli italo-albanesi, tutelando e coltivando la memoria storica dell’antica madrepatria. Oltre a essere il fulcro socio-culturale, religioso e politico delle comunità albëreshë dell’isola, ha mantenuto pressoché intatte le proprie peculiarità etniche d’origine.

Nell’età moderna Piana degli Albanesi (chiamata nel tempo erroneamente anche Piana dei Greci per l’utilizzo del greco nella liturgia locale) ha ricoperto un ruolo significativo nei moti rivoluzionari e risorgimentali connessi con l’unità d’Italia, nella lotta di liberazione dell’Albania dal dominio turco-ottomano e nei Fasci siciliani dei lavoratori. Si trattava di un movimento d’ispirazione socialista sviluppatosi in Sicilia dal 1891 al 1894 tra la classe operaia ed il proletariato che fu represso duramente con un intervento militare sotto il governo Crispi.

Piana degli Albanese fu anche repubblica popolare indipendente, anche se per appena cinquanta giorni: successe tra il 1944 e il 1945.

Nell’immediato dopoguerra Piana degli Albanesi fu suo malgrado al centro della cronaca nazionale per l’eccidio perpetrato dalla banda di Salvatore Giuliano il primo maggio del 1947 ai danni dei lavoratori riuniti nella vicina località Portella della Ginestra.

Sotto i colpi di mitra dei banditi (assoldati dal solito mandante rimasto sconosciuto, anche se i sospetti si accentrarono sulla mafia italo-americana) caddero uccise undici persone (la più giovane, Vincenza La Fata, aveva appena otto anni) e ne rimasero ferite una sessantina, di cui tre morirono qualche giorno dopo in ospedale.

Quella di Portella della Ginestra fu la prima della lunga catena di stragi di stato che caratterizzerà la vita futura dell’Italia repubblicana.

Portella della Ginestra, dalla strage al riscatto

Per decenni Portella della Ginestra fu sinonimo prima di banditismo e poi di mafia. Ad appena una trentina di chilometri sorge Corleone tristemente nota per aver dato i natali ad alcuni dei più pericolosi mafiosi (tra cui Luciano Leggio, Bernardo Provenzano,Salvatore Riina, i fratelli Calogero e Leoluca Bagarella), protagonisti di violenti e sanguinosi episodi di cronaca nera che sconvolsero la vita dei siciliani e l’opinione pubblica italiana anche in anni recenti.

Ora Portella della Ginestra, più in particolare il casale che qui sorge quasi a ridosso della stele che ricorda la strage del primo maggio 1947, è simbolo del riscatto dalla mafia e di quanto questa rappresenta nel tessuto sociale.

Il casale, un bel complesso rurale risalente al Settecento, faceva parte dei tanti beni sequestri alla cosca corleonese dalla Magistratura all’inizio del Duemila. Nel 2005 fu dato in gestione ai ragazzi della Cooperativa Placido Rizzotto – Libera Terra che lo hanno riportato agli antichi splendori ricavandole un moderno ed attrezzato agriturismo.

L’associazione Libera nasce il 25 marzo del 1995. Libera Terra, il progetto che riunisce cooperative sociali che hanno rimesso in coltura i beni confiscati alle mafie, nasce per iniziativa dell’associazione nell’anno 2000. Libera e Libera Terra sono due progetti filiali che hanno propria autonomia per sviluppare al meglio le proprie peculiarità. Educative in capo a Libera e produttive in capo a Libera Terra. Ovviamente le due realtà, ognuna nel proprio ambito, condividono un’imprescindibile obiettivo comune, l’emancipazione dai fenomeni mafiosi.

Altro obiettivo fondamentale di Libera Terra è stimolare la nascita, sempre in terre caratterizzate da una forte presenza mafiosa, di “aziende cooperative autonome, autosufficienti, durature, in grado di dare lavoro, creare indotto positivo e proporre un sistema economico virtuoso, basato sulla legalità, sulla giustizia sociale e sul mercato”.

L’Agriturismo Portella della Ginestra risponde perfettamente ad entrambi gli obiettivi di Libera Terra. Il complesso dista poco meno di venticinque chilometri da Palermo e offre la possibilità di concedersi un piacevole momento di relax a portata di mano, immersi negli stupendi paesaggi di valore storico e naturalistico dell’Alto Belice Corleonese.

La cucina parte dal territorio e dai prodotti Libera Terra, attraverso ricette semplici, ma studiate in ogni più piccolo dettaglio. Dalle paste di grano duro di produzione artigianale all’ampia gamma di legumi, dagli oli extravergini di oliva alle conserve salate, dalle passate di pomodoro ai prodotti dolci per la prima colazione, tutta la gamma di prodotti biologici di Libera Terra (acquistabili anche on line) è utilizzata e valorizzata al meglio, con un costante occhio alla grande tradizione gastronomica dei luoghi.

Se siete dalle parti di Palermo, l’Agriturismo Portella della Ginestra è un posto che ben merita una sosta ristoratrice dell’anima e del … corpo. Magari accompagnando i piatti con del Placido Rizzotto Centopassi, bianco e rosso, prodotto dai ragazzi di Libera Terra e dedicato al sindacalista corleonese che ha dato la vita per la liberazione della propria terra dall’oppressione mafiosa.

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A tavola con gli albëreshë

E già che siamo in argomento, citiamo alcune specialità della ricca tradizione gastronomica di Piana degli Albanesi, tradizione che è quasi sempre collegata a ricorrenze religiose. Cominciamo dal Bukë, ossia il pane preparato con farina di grani duri locali. Lievitato con metodi naturali, è cotto ancor’oggi negli antichi forni a legna e lavorato secondo gli usi d’un tempo, per ottenere una pagnotta rotonda di un un chilo o di mezzo chilo.

Gli Strangujët sono gnocchi di farina fatti a mano, conditi con pomodoro (lëng) e molto basilico, abitualmente benedetti. Tradizionalmente questo piatto era consumato dalle famiglie sedute attorno a uno spianatoio di legno (zbrilla), il 14 settembre, giorno in cui si commemora l’esaltazione della Santa Croce, dove in tutte le chiese si svolge una particolare cerimonia religiosa davanti a un piccolo altare su cui viene posta una croce attorno alla quale sono sistemati dei rametti di basilico che alla fine della cerimonia sono distribuiti ai fedeli.

La Grosha è una zuppa di legumi e verdure varie, a base di fave, ceci secchi, lenticchie e fagioli. La Milanisë è, invece, una variante di un piatto siciliano celeberrimo: la pasta con finocchio selvatico, sarde e pinoli. La variante albëreshë prevede come condimento base l’estratto di pomodoro.

Gli Strangujët stesi e conditi sullo zbrillaPassando alla sezione dolci, non possiamo non citare i Kanojët, i famosi cannoli di Piana degli Albanesi. In realtà non hanno origini albanesi vere e proprie, ma gli albëreshë li hanno resi unici. Il segreto è negli antichi metodi di lavorazione della cialda (shkorça), la cui ricetta tutt’oggi viene rigorosamente tenuta segreta dai pasticceri locali, e negli altri ingredienti quali la farina (miell), il vino (verë), lo strutto e il sale (kripa). Per condire questo dolce viene impiegata l’ottima ricotta passata, che proviene dai numerosi allevamenti ovini del luogo.

Loshkat e Petullat sono dolci a forma sferica o schiacciata, di pasta lievitata, fritta e zuccherata. In particolare, le Loshkat sono frittelle a forma di palline, ottenute dall’impasto di acqua, latte, farina e pasta lievitante (farina inacidita col caglio), fritte e servite calde, addolcite con zucchero, cannella e vaniglia. Sono dolci del periodo di Carnevale. Sempre del periodo di Carnevale sono i Të plotë, dolci ripieni di marmellata di fico dalle forme più svariate.

Se siete interessati alla cucina albëreshë di Piana degli Albanesi vi consigliamo il libro La minestra è maritata, un ritratto storico della gastronomia meridionale (edizioni Effepi Libri, di Monteporzio Catone) in cui l’autore Gennaro Avano analizza, tra gli argomenti, il tema dell’influenza arbëreshë nella gastronomia meridionale.

 

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