Al Passo Dordona con le Retiche sullo sfondo

Passo Dordona, tra natura, storia e polenta

Per secoli è stato il Passo Dordona ha consentito agli abitanti della Val Brembana di comunicare con quelli della Valtellina.

Gran bella cosa la viabilità moderna. I nuovi tracciati portano a destinazione con un risparmio di ore rispetto un tempo. Certo, qualcosa si perde nel viaggio, magari quel “qualcosa” che avrebbe reso più interessante, anche se più lento, il viaggio.

Un esempio è rappresentato dall’accesso alla Valtellina e alle sue località turistiche. Per i lombardi, ed i milanesi in particolare, è stato per decenni un incubo, segnato da code interminabili. Da qualche anno non è più così: lavori in galleria hanno ridotto notevolmente il tempo di percorrenza e nevrosi di guida.

Ormai ben pochi lasciano la strada maestra per riscoprire le vecchie vie che per secoli hanno rappresentato le arterie vitali tra una valle e l’altra. Come la carrareccia in terra battuta e sassi che da Foppolo (Val Brembana, Bergamo) sale al Passo Dordona, per poi scendere dolcemente ed incrociare il fiume Adda e la SS38, la strada che porta in Valtellina, in provincia di Sondrio

Il tratto più interessante è quello in salita verso Passo Dordona, che per il tipo di fondo conviene affrontare con una vettura a trazione integrale. Si tratta, infatti, di uno sterrato agropastorale che in appena 3,7 chilometri porta da 1500 metri d’altitudine ad oltre 2000 metri, con uno “strappo” di ben 500 metri, in un paesaggio maestoso, immerso nei monti che dividono la Val Brembana dalla Valtellina.

Si tratta di una carrareccia privata gestita dal Comune di Foppolo che chiede ai veicoli che intendono affrontarla un piccolo contributo da pagare presso il locale Ufficio del Turismo.

L’emozione che si prova in questa salita vale l’obolo sborsato: si viaggia tra sorgenti, cascatelle, rivoli d’acqua che scendono dalla montagna. Superato il Rifugio Casera, unico posto di ristoro di questa escursione, si raggiunge il Passo Dordona: di fronte si abbraccia con lo sguardo la Val Madre, in fondo alla quale troneggia il Monte Disgrazia (3678 metri).

Proprio sul passo troviamo, oltre a qualche resto di altre fortificazioni, un cunicolo scavato nella roccia, che conduce ad un osservatorio dal quale si domina buona parte della Val Madre. Queste fortificazioni furono costruite fra il 1916 ed i primi mesi del 1917 dalla milizia territoriale, costituita in gran parte da soldati reclutati sul posto o, più raramente, su base regionale.

È la parte terminale di quella sorta di linea Maginot italiana nota oggi come Linea Cadorna. Si trattava di un complesso sistema di fortificazioni costruito lungo il confine italo-svizzero tra l’estate del 1915 e la primavera del 1918, durante il primo conflitto mondiale, nel momento in cui si ebbe timore che, penetrando dai valichi delle Alpi centrali svizzere, le truppe austro-tedesche potessero in breve tempo raggiungere ed occupare i centri nevralgici industriali ed economici del nostro paese, sfruttando le simpatie germanofile dei vertici militari svizzeri.

La parte orobica della Linea Cadorna, di cui fanno parte i resti delle fortificazioni al Passo Dordona, fu presidiata da tre battaglioni della Milizia territoriale, dalle compagnie alpine Morbegno, Tirano, Edolo e Vestone e da quattro drappelli di Alpini sciatori della Regia Guardia di Finanza. Dopo la drammatica ritirata conseguente alla disfatta di Caporetto gran parte di questi reparti fu inviata al fronte, perché la Linea aveva assunto un’importanza strategica minore, di fronte alla minaccia prioritaria di uno sfondamento della linea del fronte che si era stabilizzata sul Piave.

Indicazione delle trincee al Passo Dordona

Indicazione delle trincee al Passo Dordona

Una volta scollinati, si scende verso Fusine (Sondrio) e poi verso il piano e l’Adda attraverso la Val Madre, un tempo importante le per le sue miniere di ferro. Così la descriveva Fabio Besta nella sua “Guida alla Valtellina” del 1884: “… Una strada mulattiera sale erta ad andirivieni per le selve che sovrastano Fusine, e giunta presso al termine della regione del castano, entra nella valle, lungo il versante orientale, che scende dirupato fino al Madrasco, e guida al villaggio e alla chiesa di Val madre (1175 m.), a due ore da Fusine. Presso il parroco si può trovare modesto vitto e alloggio. Qui la valle è ridente e si conserva tale fino al suo termine. La via, purtroppo sempre ingombra di ciottoli, traversa prati da prima, poi una fiorente foresta di pini. A un’ora e tre quarti dalla Chiesa s’incontrano sulla via, in mezzo al bosco e in posizione veramente pittoresca, i ruderi delle fornaci di ferro (1300 m.) che hanno cessato di essere attive al principio di questo secolo; una mezzora più in là appaiono altri ruderi di forni più antichi (1400 m.). I minerali di ferro che alimentavano si scavavano in alto sul contrafforte che divide Val Madre da Val Cervia. Poi la strada passa sulla sponda sinistra del Madrasco e sale, sempre attraverso boschi, il versante occidentale fino ai pascoli e alle baite di Dordona. Da queste baite salendo a destra il monte si raggiunge in breve il passo che guida alle baite di Dordona in Val Tartano); girando invece il sommo della valle a sinistra si arriva al passo di Dordona o di Val Madre (2020 m.), dal quale in un’ora si scende direttamente a Foppolo (1530 m.)… Al di là del passo, il quale è lontano dalla chiesa di Val Madre non più di tre ore di cammino, vi ha un laghetto che va asciugandosi, e lo sguardo si spazia in larghi orizzonti. Questa di Val Madre è per avventura la via più breve e più commoda fra quelle che congiungono i Branzi e Foppolo alla Valtellina media, ed è certamente la più battuta”.

Due valli unite dalla polenta taragna

Unite attraverso il Passo Dordona, la Val Brembana e la Valtellina hanno in comune un piatto, che è anche un po’ il loro simbolo: la polenta taragna, perfetta come piatto unico accompagnata da spezzatino e salsicce alla piastra. Il termine “taragna” deriverebbe dal dialettale tarare (rimescolare). Infatti, durante la cottura la polenta va “tarata” in continuazione per evitare che si attacchi sul fondo del paiolo. Un’altra versione vuole che il termine derivare da tarél, nome dialettale che indica il bastone in legno utilizzato per rimescolare la polenta nel paiolo di rame durante la cottura.

La polenta taragna nel paioloLa polenta taragna valtellinese viene preparata con farina di grano saraceno miscelata a farina gialla a cui si aggiungono burro e formaggi tipici valtellinesi quali il Valtellina Casera DOP a pasta semicotta o semidura, tipico delle piccole latterie della valle, ed il Bitto DOP.

Ingredienti (per 4 persone) – 330 g di farina di grano saraceno; 150 g di farina di mais gialla; 400 g di burro d’alpe; 800 g di formaggio Valtellina Casera DOP semigrasso; sale q.b; 2 litri di acqua.

Preparazione – In un paiolo di rame o di ghisa, portate ad ebollizione l’acqua salata. Aggiungete a pioggia le farine, precedentemente miscelate. Rimestando con l’aiuto di un mescolo di legno, preparate una polenta normale, cuocendola per circa un’ora. A fine cottura, ancora sul fuoco, aggiungete il burro. Fatelo sciogliere, rimestate ed aggiungete il formaggio Casera a tocchetti. Continuate ancora a rimestare la polenta, per distribuire uniformemente al suo interno il formaggio. La polenta sarà cotta quando noterete che, rimestandola, si staccherà dai bordi del paiolo. Toglietela quindi dalla fonte di calore, versatela sul tagliere e servite la polenta taragna molto calda.

In Val Brembana si mangia invece la polenta taragna bergamasca, che si prepara con sola farina di mais gialla oppure con un mix di farina di mais e di farina di grano saraceno come nel caso della polenta taragna originale.

Il condimento della polenta taragna bergamasca prevede però dei formaggi tipici delle valli bergamasche, come il Branzi, uno dei formaggi più antichi e tipici delle Orobie. Altro formaggio che viene utilizzato per il condimento è il Taleggio.

Per completezza d’informazione, esiste anche una versione bresciana della polenta taragna. È sempre con farina di mais e di farina di grano saraceno, ma condita con burro di montagna, formaggi morbidi, formaggi stagionati e qualche fogliolina di salvia.  Tra i formaggi utilizzati per condire la polenta taragna bresciana troviamo il gorgonzola, la robiola, lo stracchino e il Bagoss, formaggio tipico della zona

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