Parrozzo, il dolce che addolcì d’Annunzio

Il Parrozzo è il dolce natalizio per eccellenza di Pescara ed il connubio tra le due entità non può essere più stretto.

Il Parrozzo pescareseIl Parrozzo, inventato pochi anni prima da un geniale pasticcere pescarese, tenne infatti a battesimo, il 6 dicembre 1926, l’unione di Castellamare Adriatico, comune teramano a nord del fiume Pescara, e del borgo Pescara, a sud del fiume e che poteva vantare l’aver dato i natali a Gabriele d’Annunzio e ad Ennio Flaiano.

I due centri diedero vita ad un nuovo agglomerato urbano, Pescara appunto, che diventò anche il capoluogo di una nuova provincia ottenuta ritagliando scampoli di territorio da quelle confinanti di Teramo e Chieti.

Ebbene, il Parrozzo nasce poco prima di questa unione, nel 1919 per la precisione, per l’intuito di Luigi D’Amico, pasticcere locale già affermato per la qualità della sua produzione, che volle dare un’interpretazione dolce al cosiddetto “pan rozzo”.

Il pan rozzo era una pagnotta semisferica che i pastori abruzzesi ricavavano dalla farina di mais e dal latte delle greggi che “profumava di timo, menta e mandorle della montagna”, cotto poi nel forno a legna. Pagnotta gialla dentro per la farina di mais e scura fuori perché cotta nel forno a legna, che doveva conservarsi per tutto il periodo della transumanza.

Nella sua interpretazione dolce del pan rozzo, ossia il Parrozzo, Luigi D’Amico conservò la forma semisferica, riproducendo il giallo del granturco con quello delle uova, alle quali aggiunse la farina di mandorle per evidenziare la ruvidezza del pane; per rendere poi la bruciacchiatura tipica della cottura a legna, la copertura era di finissimo cioccolato.

Gabriele d'AnnunzioLa prima persona alla quale Luigi D’Amico fece assaggiare il Parrozzo fu Gabriele d’Annunzio, suo ex vicino di casa: il 27 settembre del 1919 ne spedì uno al “Vate”, da qualche giorno impegolato nella discussa Impresa di Fiume, accompagnato da una lettera il cui testo fa parte della storia locale: “Illustre Maestro questo Parrozzo – il Pan rozzo d’Abruzzo – vi viene da me offerto con un piccolo nome legato alla vostra e alla mia giovinezza”.

Il dolce trovò ampio consenso da parte del poeta che, dopo averlo assaggiato, scrisse a D’Amico questo sonetto dialettale in sua lode: È tante bbone ‘stu parrozze nóve / Che pare na pazzíe de San Ciatté / Chìavesse messe a ‘su gran forne tè / La terre lòavurate da lu bbove, / la terra grasse e luistre che se cóce, / chiù tonne de ‘na provole, a ‘su foche / gientile, e che duvente a poche a poche / chiù doce de qualunquea cosa ddóce. / Benedette D’Amiche e San Ciutté!…

Ossia: È tanto buono questo parrozzo nuovo / che sembra una pazzia di San Cetteo / che abbia messo in questo tuo gran forno / la terra lavorata dal bue / la terra grassa e lucente che si cuoce / più tonda di una provola su questo fuoco / gentile, e che diventa a poco a poco / Più dolce di qualunque cosa dolce. / Siano benedetti D’Amico e San Cetteo!…

Dato che la pasticceria D’Amico sorgeva a pochi passi dall’abitazione della madre di d’Annunzio, era quindi inevitabile che nei loro numerosi rapporti epistolari i due condividessero il ricordo di conoscenze comuni o di fatti accaduti.

Parrozzetti in fase di preparazioneLa sensibilità del poeta era costantemente sollecitata dalla potenza del ricordo che aveva su di lui la produzione dolciaria di D’Amico. Quest’ultimo aveva continuato a mandare una fornitura di Parrozzi a tutte le festività comandate e spesso il poeta ne ordinava una grande quantità che poi regalava agli amici.

In una lettera del dicembre 1934 d’Annunzio scriveva: “Mio caro Luigi, sempre al mio cuore il tuo Parrozzo è come il più profondo sasso della Maiella spetrato e convertito in pane angelico. Non l’offri tu ritualmente all’Arcangelo esiliato? … raccomandami a San Ciattè (santo patrono di Pescara, ndr) e a San Brandano. Ti abbraccio”.

Con l’avanzare dell’età, i ricordi della gioventù divennero sempre più vivi nella mente e nel cuore di d’Annunzio. Specialmente quando alla vigilia di Natale mangiava in solitudine un Parrozzetto, versione monodose del ben più grosso Parrozzo: “E’ finita la vigilia. Forse a quest’ora la gente è in gozzoviglia. Io sono a digiuno da 48 ore. Vado a cercare un parrozzetto. Lo apro, lo mangio. Assaporo in esso, sotto la specie dell’amarezza, il Natale d’Infanzia”. Un d’Annunzio così chi se lo immaginava?

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La Redazione

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