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Tre padri della Patria per l’unità dell’enogastronomia italiana

Studiare Storia sarebbe meno noioso per gli studenti se si raccontasse loro anche la “seconda vita” di tanti eroi nazionali.

Re Vittorio Emanuele II di Savoia, Camillo Benso Conte di Cavour, Giuseppe Garibaldi (in apertura in una immagine satirica del tempo): fin dalle scuole elementari ci hanno insegnato che sono i padri nobili dell’Unità d’Italia, ma ben pochi hanno sottolineato che anche loro contribuirono, a vario titolo, all’affermazione dell’enogastronomia nazionale.

Prendiamo il primo. Dall’iconografia classica sappiamo che aveva toni bruschi, che era refrattario alla grammatica, che era un accanito fumatore di sigari ed un gran cacciatore, oltre che amante delle belle donne.

Meno nota è la sua passione per la buona tavola, soprattutto per i piatti semplici e gustosi della tradizione piemontese, come  tajarin, selvaggina al civet o alla brace, bagna caoda (rigorosamente condita con solo aglio, olio e acciughe), pollo con cipolle ma non disdegna neppure le uova sode tritate condite con prezzemolo ed olio.

Vittorio Emanuele II assieme a Rosa Vercellana (Bel Rosin), sua amante e cuoca preferita (foto da Archivio Parco Mandria)
Vittorio Emanuele II assieme a Rosa Vercellana (Bela Rosin), sua amante e cuoca preferita (foto da Archivio Parco Mandria)

Si racconta che il legame che unì  il sovrano alla Bela Rosin (al secolo la borghese Rosa Vercellana, prima sua amante poi sua moglie morganatica, a cui assegnò i titoli nobiliari minori di Contessa di Mirafiori e di Fontanafredda) fosse non solo di natura sentimentale ma anche culinario. Sembra, infatti, che la Bela Rosin (in piemontese) fosse un’eccellente cuoca e che da lei il sovrano pretendesse costante cura del “regal palato”. Il fatto curioso è che il Re tanto era goloso in privato quanto era parco nei banchetti ufficiali, dove spesso non toccava cibo.

Comunque, è con Vittorio Emanuele II (e questo è il suo contributo alla enogastronomia italica) che si affermò per la prima volta una lista dei vini in abbinamento ai cibi, lista che includeva una selezione dei vini rossi locali, come il pregiato Barolo tanto amato dal primo Re d’Italia.

Veniamo ora a Camillo Benso. Oltre che  grande statista il conte fu un grande estimatore della tavola (oltre che delle donne e del gioco), come si può intuire dalla sua silhouette non proprio atletica dei ritratti ufficiali. Amava il bicerin, tipica bevanda torinese a base di cioccolato, caffè e crema di latte, e adorava sughi e guarnizioni che lo rilassavano dopo le lunghe giornate di lavoro passate a cercare di unire l’Italia.

Come accaduto la sera del fatidico 26 aprile 1859, quando aveva respinto al mittente l’ultimatum dell’Austria che intimava il Piemonte di smobilitare le truppe schierate lungo il confine. Ben consapevole che questa decisione avrebbe dato inizio ad un conflitto (che sarebbe passato alla Storia come “Seconda Guerra d’Indipendenza”), nel lasciare il suo ufficio per andare al suo adorato Ristorante Del Cambio, esclamò ai suoi esterrefatti collaboratori, parafrasando Giulio Cesare, «alea iacta est (“il dado è tratto”, ndr), ed ora andiamo a mangiare».

Camillo Benso Conte di Cavour
Camillo Benso Conte di Cavour

D’altra parte, una frase che Cavour soleva ripetere era «conquista più la mensa della mente», sintesi dell’esperienza maturata dal 1843 in poi, quando iniziò ad occuparsi dell’azienda agricola di famiglia a Leri, nel vercellese, dove portò tecniche innovative come la rotazione delle colture, l’uso di concimi, l’allevamento di nuove razze di bestiame, l’uso di macchine agricole (come aratri, erpici, trebbiatrici, tagliapaglia). Il risultato fu che nel giro di appena 6-7 anni nei suoi possedimenti la produzione di riso, frumento e latte crebbe sensibilmente, quella del mais addirittura triplicò.

Al Conte va inoltre il merito di aver fatto arrivare nel 1840 nel piccolo borgo reale di Grinzane (di cui fu sindaco da maggio del 1835 al febbraio del 1849), il famoso enologo francese Conte Louis Oudart, incaricato di “costruire” un vino secco, importante «alla moda di Bordeaux». Il risultato superò le aspettative, tanto che trovò immediato favore sulle tavole di Casa Savoia e delle corti di tutta Europa. Il suo nome? Barolo.

Virginia Oldoini Contessa di Castiglione, cugina e sexy agente segreto di Camillo Cavout

Qualche anno più avanti il Barolo tornò utile a Cavour anche nelle sue mosse politiche, sempre all’insegna del suo detto «conquista più la mensa della mente».

Si narra, infatti, che la bellissima Contessa di Castiglione fu inviata da Cavour a Parigi al “cospetto” di Napoleone III con casse e casse di Barolo. Il fascino della Contessa (sexy – agente segreto al servizio dello stesso Cavour) e forse anche il Barolo portarono l’Imperatore francese a sostenere la causa dell’indipendenza italiana, appoggio a cui teneva in modo particolare il Conte Camillo.

«Caro fratello, …. Io poi, fratello, mi sono dato interamente all’agricoltura e vango dalla mattina alla sera, ed ho trovato (guarda ch’è bello!) che per quei tali dolori che tu m’hai conosciuto non v’è miglior bagno che quello della zappa». Questa è parte del testo di una lettera inviata a Giovanni Battista Cuneo, giornalista e patriota, dal mittente che si firmava semplicemente “Giuseppe Garibaldi, agricoltore”.

L’Archivio del Comune di La Maddalena conserva ancora decine di documenti, certificati, domande conservate riportanti la stessa firma: Giuseppe Garibaldi, agricoltore.

Di questa attività del Generale in pensione si sa  per lo più attraverso i resoconti di  Francesco Aventi, conte della Roverella, imprenditore impegnato nel settore delle bonifiche e della colonizzazione di aree palustri, che visitò Caprera nel 1868, dodici anni dopo l’arrivo , rimanendo colpito dalla quantità di lavoro che Garibaldi e la sua gente avevano riversato su quella terra apparentemente ostile.

Nelle altre isole dell’arcipelago, notava Aventi, ci sono poche piante, soltanto qualche sparuto olivastro piegato e attorcigliato dal vento. A Caprera, invece, Francesco Aventi fu sorpreso dalla  presenza di pini, cipressi, olivi domestici, pioppi e salici. Ma non erano soltanto alberi che Garibaldi aveva piantato nell’isola, tutta Caprera era stata assoggettata alla forza addomesticatrice del lavoro umano.

Aventi restò colpito soprattutto dal vigneto, che aveva 14mila ceppi e un vivaio con oltre ottomila viti. Dava un vino così buono ma anche così forte che per berlo senza danni Aventi, invitato alla mensa del Generale, dovette annacquarlo abbondantemente: «Se il Generale – scriveva – volesse decidersi a imbottigliarlo e a venderlo con la sua etichetta, potrebbe essere usato per brindare a lui come si fa in tante parti del mondo: e sarebbe difficile brindare con un vino migliore».

Giuseppe Garibaldi, agricoltore a Caprera
Giuseppe Garibaldi, agricoltore a Caprera

Accanto alla vigna, il frutteto: c’erano peschi (che crescevano a fatica), ciliegi e castagni (che erano venuti male), melograni, peri e prugne, tutti bellissimi. Bellissimo era soprattutto l’oliveto di cento piante che Giuseppe Garibaldi aveva piantato a “Funtanaccia”, e dal quale si faceva, con un frantoio piccolo ma razionale, dell’ottimo olio.

In un orto il Generale coltivava carciofi, patate, pomodori. I carciofi erano moltissimi, tanto che costituivano uno dei piatti forti del menù di Caprera. Nella fattoria (le cifre sono quelle che ci ha lasciato Achille Cagnoni, un giornalista scrittore che ci fu nel 1866) c’erano 150 bovini, 214 capre, 25 capretti, 400 polli, 50 maiali, 60 asinelli. Niente pecore, all’uso dei pastori galluresi che ritengono la pecora tanto inadatta ai loro terreni rocciosi dove invece si trova a proprio agio la capra.

Ma com’era la giornata del Garibaldi agricoltore, almeno secondo i racconti di alcuni suoi ospiti? Si svegliava intorno alle quattro del mattino e la sua colazione era costituita da un bicchiere d’acqua, da una tazzina di latte o caffè, addolcito dal buon miele prodotto dalle api di Caprera, da un rosso d’uovo e del pane.

Dopo la prima colazione iniziava un’intensa mattinata di lavoro tra vigneti e campi, e la fatica spesa a zappare e seminare veniva ricompensata da pranzi molto sobri, abbondanti ma spesso di unica portata, a base di pietanze che variavano sempre: dalle zuppe alla polenta, dalle fave o legumi in genere ai carciofi e le patate, dalla pasta al brodo, dalle insalate di pomodoro e verdure varie ad antipasti di olive in salamoia e formaggi, la carne e il pesce.

Il tutto quasi sempre accompagnato dal suo ottimo vino, dal colore scuro e dal sapore deciso, lodato da esperti agronomi che ospiti del generale l’avevano assaggiato e apprezzato per l’ottima qualità, e che spesso Garibaldi usava alleggerire versandone solo qualche goccio a colorare il suo bicchiere d’acqua.

Oggi nell’arcipelago di La Maddalena (di cui Caprera fa parte), di viti ne vengono coltivate, seppure in modestissime quantità, di diversi tipi e di diversa provenienza.

Nell’Ottocento (quindi ai tempi di Garibaldi) e nella prima metà del Novecento, il vino rosso veniva ricavato da viti dette Girò, Bonifazinu, Muristeddu e Cardarellu. Quello bianco da uva Brustiana, Virmintinu, Muscateddu e Muscateddò. Alcuni erano di provenienza corsa, altri gallurese e logudorese.

Per molto tempo il vino prodotto e bevuto a La Maddalena e Caprera veniva considerato migliore di tutti gli altri prodotti altrove, se non altro perché, si diceva, quando passava il mare, cioè veniva importato, prendeva lo spunto, cioè andava a male.

 

 

 

 

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