Mela, da peccato a “sublime dono di Dio”

La mela è stata per i cristiani simbolo del peccato mentre per i mussulmani è “un dono di Dio”. Questa la storia di un frutto straordinario che ha nell’Alto Adige il primo produttore d’Europa.

Nella tradizione popolare la mela è il frutto tentatore per antonomasia, quello connesso con il peccato originale.

In realtà, nel famoso passo della Bibbia, della mela non vi è traccia. “Due alberi troneggiano al centro del giardino irrigato dai quattro fiumi Fison, Gihon, Tigri ed Eufrate: l’albero della vita e quello della conoscenza del bene e del male”: così recita il passo della Genesi che, come si legge, non specifica a quale famiglia di piante appartenesse l’albero della conoscenza del bene e del male posto al centro dell’Eden.

Il peccato originale (Jacopo Robusto detto il Tintoretto)Per questa indeterminatezza nel tempo nacquero diverse interpretazioni riguardo il famigerato frutto proibito. Nella cultura dell’Europa occidentale, e comunque solo a partire dal Medioevo, l’albero della conoscenza del bene e del male fu identificato nel melo, forse per una lettura allegorica del testo biblico in latino, dove il termine malum poteva indicare sia il frutto del melo sia il concetto di male, di malvagità.

Da qui, l’identificazione del male nella mela, esaltata nella pittura sacra, non contestata dalla Chiesa (che nella rotondità e nella dolcezza di sapore del frutto intravedeva, probabilmente, un’allusione alla peccaminosa sensualità), accettata dalla tradizione popolare, tanto da essere frutto maligno perfino nelle fiabe. Ricordate cosa utilizza la strega cattiva per tentare di uccidere la povera Biancaneve? “Una mela velenosissima. Di fuori era bella, bianca e rossa, che invogliava solo a vederla; ma chi ne mangiava un pezzetto, doveva morire …”, scrissero nel 1812 i fratelli Grimm, riprendendo un antico racconto popolare europeo.

La mela è presente anche nella mitologia greca, ed anche in questo caso non sempre con accezione positiva. Sono tre mele d’oro che tentano Atalanta a fermarsi e a perdere la scommessa con Ippomene; è una mela d’oro che scatena la guerra di Troia; sono le mele i frutti dell’immortalità del giardino delle Esperidi che Ercole, nella sua undicesima immane fatica, riesce a conquistare.

Nata in Asia, amata dai Romani

La mela è nata in Kazakistan dove ancora oggi si sono foreste di mele selvaticheTralasciamo, però, miti, leggende ed interpretazioni bibliche per dare la parola agli storici. Secondo loro, i primi meli crebbero nel Kazakistan, nell’Asia Centrale, dove ancora oggi si trovano foreste di mele selvatiche. Non è certo un caso se la capitale di quel Paese si chiama Almaty (in kazako “posto delle mele”), un tempo nota come Alma-Ata (“padre della mela”).

Tra guerre e scambi commerciali, il frutto raggiunse il Mediterraneo. Nell’Impero romano, fu decantata da poeti e da scrittori, consigliata e raccomandata come diuretico e come cura per diversi problemi all’apparato digerente.

Il poeta Orazio, ad esempio, annotò in uno dei suoi testi che l’Italia sembrava essere diventata un unico, grande frutteto, aggiungendo che se il pasto perfetto doveva iniziare con le uova, non poteva che finire con le mele. Da parte sua, lo statista e scrittore Cicerone, raccomandava ai suoi concittadini di non gettare i semi interni alla mela, poiché potevano essere piantati e da lì creare nuove coltivazioni.

Grazie ai romani, la pomicoltura si diffuse nei territori da loro conquistati. Poi, le invasioni barbariche causarono un profondo decadimento dell’agricoltura europea, che si protrasse per circa un millennio, con i meli abbandonati allo stato selvatico.

In quel periodo, però, la mela trovò inaspettata glorificazione nel Corano che, codificato dal Califfo Utman nel 650 d.C., la elevò a “sublime dono di Dio”. Tre secoli più tardi un sacro dramma sciita, scritto da una società segreta di puristi musulmani, spiegò come il profeta Maometto avesse raggiunto la vita eterna dopo aver inspirato il profumo di una mela che un angelo gli aveva portato.

Il mito di Guglielmo TellLa mela tornò in auge nei Paesi europei solo a partire dal XV secolo. Grazie a grandi opere di irrigazione e di bonifica, a fortunati innesti e nuovi sistemi di fertilizzazioni, si riprese a produrre qualità di frutta pregevole che diventò protagonista trionfante anche nella pittura fiamminga, tedesca, italiana. Fu protagonista, seppur indiretta, nella scienza (Isaac Newton e la legge di gravità) e nella nascita dello spirito nazionale di un piccolo stato nel cuore dell’Europa (Guglielmo Tell e la Confederazione elvetica).

Negli ultimi sei secoli a mela è entrata sempre di più nell’uso popolare, non solo come frutto, ma anche come toccasana per la salute e la bellezza. In cucina poi, è ingrediente particolarmente delicato, oltre che per i dolci, anche per antipasti e per primi e secondi piatti.

Alto Adige, meleto d’Europa

Con circa il 40% della quota di mercato, l’Alto Adige è al primo posto in Europa nella coltivazione di mele biologiche. In altre parole una mela su dieci mangiate nel Vecchio Continente viene dalla provincia di Bolzano.

Merito della felice posizione di questo territorio, dove il clima mite del Mediterraneo incontra gli influssi della montagna, rendendo ottimale la crescita e la maturazione di questo frutto.

Ben 13 varietà di mele dell'Alto Adige sono IGPCon una superficie coltivata di 18.400 ettari, l’Alto Adige è anche l’area frutticola ininterrotta più vasta d’Europa. Da Salorno, a sud, risale la valle dell’Adige per arrivare, passando dalle colline di mezza montagna del Burgraviato, alla Val Venosta, con un dislivello di quasi 900 metri. Le altitudini comprese fra 200 e 1000 metri sopra il livello del mare consentono ad ogni varietà di mela di crescere nella zona più adatta.

L’importanza della mela sull’economia locale è evidenziata dall’altissimo numero di aziende coltivatrici (oltre settemila, nella maggioranza di piccole dimensioni e a conduzione familiare, con una superficie massima compresa fra due e tre ettari) di un prodotto a denominazione di indicazione geografica protetta (IGP) che garantisce: l’origine, la qualità e la tradizione; la produzione e la lavorazione in Alto Adige; la produzione secondo i criteri della coltivazione integrata o biologica; elevati standard qualitativi; la gestione a cura del Consorzio Mela Alto Adige; controlli severi, svolti da un organismo indipendente, sulle condizioni di coltivazione di d’immagazzinamento.

Ad oggi sono ben tredici le varietà di mele altoatesine a fregiarsi del marchio IGP. Ad esse se aggiungono cinque definite “Club”: Pink Lady, Kanzi, Rubens, Modi, Jazz. La loro coltivazione è regolamentata attraverso i cosiddetti club varietati e la loro particolarità consiste nel fatto di essere prodotti e commercializzati in quantità limitate.

Un tesoro sotto la buccia

Mangiate la mela con la buccia per non perdere buona parte della vitamina C.

La mela andrebbe mangiata con la buccia, perché è proprio sotto la buccia che si trova il 70% delle vitamine. Soprattutto la C che, con un valore medio di 12 mg, copre il 15% del fabbisogno giornaliero di questa sostanza. Va, comunque, tenuto presente che il tenore di questa vitamina dipende dalla varietà, dal grado di maturazione, del periodo di raccolta e delle modalità di conservazione.

Cento grammi di mele forniscono 53 chilocalorie provenienti in gran parte dal fruttosio, di facile digeribilità. Trasportato dal sangue, il fruttosio giunge direttamente ai muscoli, dove viene subito trasformato in energia.

Le diverse anime della mela

Le mele possono essere trasformate in prodotti diversi. Ad esempio, il succo di mela, filtrato o no, è ricco di minerali e vitamine. Mescolato con acqua minerale è una bevanda particolarmente dissetante.

Dal succo di mela si ottiene il sidro il quale, una volta fermentato, sviluppa sostanze aromatiche e diventa aceto di mele.

Una volta acquistate, le mele vanno conservate in un luogo fresco e asciutto e non devono avere ammaccature. Se messe in frigorifero, vanno conservate in un sacchetto di plastica forato. Inoltre, non vanno mai poste nelle vicinanze di altra frutta perché ne accelerano il processo di maturazione. Infine, il succo di limone impedisce alla polpa di assumere in breve tempo un colore brunastro.

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