Il santo maritozzo romano e la sua storia gustosa

Maritozzo e cappuccino: per un romano è impensabile una colazione che non sia questa.

Maritozzo e cappuccinoIl maritozzo, oggi classico dolce delle caffetteria, dei panifici e delle pasticcerie della Capitale, è nel DNA di ogni romano doc perché già nell’antica Roma si preparava qualcosa di simile, una pagnotta addolcita con miele e ripiena di uva passita.

Gli ingredienti del moderno maritozzo “semplice”, cioè non farcito, non si discostano poi molto da quelli dell’antica pagnotta: pasta di pane lievitata, una manciata di uva sultanina, zucchero (al posto del miele) e pinoli, un’aggiunta peraltro contestata da alcuni “puristi”.

Me stai de fronte, lucido e ‘mbiancato, la panna te percorre tutto in mezzo,
co ‘n sacco de saliva nella gola, te guardo ‘mbambolato e con amore.
Me fai salì er colesterolo a mille, lo dice quell’assillo d’er dottore,
ma te dirò, mio caro maritozzo, te mozzico, poi pago er giusto prezzo!
(“Ode ar maritozzo” di Ignazio Sifone, poeta carpentiere, Garbatella 1964)

Nel Medioevo la pagnotta dolce dell’antica Roma, ma di pezzatura più piccola, più scura e con l’aggiunta di burro e di canditi, veniva preparata durante la Quaresima. Era er santo maritozzo o Quaresimale, unico, piccolo peccato di gola tollerato in questo periodo.

Nei quaranta giorni di preparazione alla Pasqua, la Chiesa imponeva l’osservanza di digiuni severissimi quale segno di penitenza. Allora, tanto per rimanere a Roma, aumentava il consumo di baccalà e ceci. Il penitente, infatti, doveva astenersi dal consumo della carne, consentita, assieme ad uova e formaggio, solo per ammalati ed anziani, previo permesso scritto da parte del medico e dall’autorità ecclesiastica rappresentata nella persona del locale parroco.

Unica consolazione, in questo periodo di penitenza, ma ovviamente solo per chi poteva permetterselo, era gustarsi er santo maritozzo.

1° marzo, il maritozzo degli innamorati

Brueghel il Vecchio: la battaglia tra il Carnevale e la QuaresimaEr santo maritozzo compare anche in un’altra usanza antica, che può essere paragonata alla moderna festa degli innamorati, quella del giorno di San Valentino.

Al tempo era usanza regalare il primo venerdì di marzo un grosso maritozzo “guarnito de zucchero a ricami” alla propria fidanzata.

Sul maritozzo spesso c’erano disegni dall’inconfondibile significato anche per analfabeti, come era la stragrande maggioranza della popolazione: due cuori intrecciati, oppure due mani che si stringono, o un cuore trafitto da una freccia (“dù cori intrecciati, o ddù mane che sse strignéveno; oppuramente un core trapassato da una frezza”).

Dentro al maritozzo (una deformazione burlesca della parola marito, pare per la forma vagamente fallica del dolce) il pretendente infilava un anellino o un altro oggetto d’oro come pegno d’amore.

Giggi Zanazzo, nei suoi Usi, costumi e pregiudizi del popolo di Roma racconta che i ragazzi e le ragazze insieme alle minenti, cioè popolane arricchite sempre molto vistose per esporre il loro nuovo status, andavano tutti a San Pietro ogni venerdì di marzo e con la scusa di sentire il sermone di qualche predicatore quaresimale, facevano conversazione, facevano l’amore e mangiavano i maritozzi.

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