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L’idromele: il nettare degli Dei

Si narra che in un tempo ormai lontano, al termine del conflitto tra gli Asi, divinità razionali legate al mito della guerra e i Vani, divinità emotive e legate alla natura, le due parti si riunirono per sancire tra loro la pace. Lo fecero sputando in una coppa in segno di riconciliazione. Più tardi, gli Asi, non volendo far perire quel simbolo di pace, crearono un uomo da quella saliva. Nacque Kvasir, che divenne l’essere più saggio mai esistito.

Partito per un viaggio che aveva come scopo quello di condividere la propria saggezza con il maggior numero di persone, Kvasir si fermò la notte a casa dei due fratelli nani Fjalarr e Galarr che lo assassinarono.

I due raccolsero il suo sangue in alcune coppi e lo addolcirono con il miele. Questo composto fermentò e diede origine all’idromele, capace di rendere poeti chiunque lo bevesse.

Nasce da questa leggenda scandinava il mito dell’idromele, bevanda antica, secondo molti l’alcolico più antico della storia, simbolo di regalità, di potenza e saggezza.

Ne era ghiotto il Dio Odino sempre nella cultura scandinava precristiana, e proprio dal profondo nord che l’idromele diventa simbolo. I vichinghi ad esempio ne bevevano in abbondanza in occasione di festività religiose o al termine di un successo bellico radunandosi all’interno di apposite sale per banchetti (in realtà capanne), denominate per l’appunto “sale dell’idromele”.

Sicuramente l’idromele era presente nei banchetti degli antichi egizi, sul tavolo del Faraone chiaramente, ma anche tra gli antichi Greci era una bevanda molto diffusa, oltre ad essere il simbolo della cultura celtica.

Ma quanto è davvero antico l’idromele?
Su apicolturaonline.it si è certi che sia stato “inventato” prima del vino: «Quando noi diciamo che l’idromele è assai più antico del vino lo facciamo pensando che per fare il vino l’uomo primitivo ha dovuto prima sedentarizzarsi, imparare a coltivare la vite e solo dopo casualmente scoprire che dal succo di quel grappolo poteva ricavare una bevanda inebriante; per l’idromele invece non ha dovuto imparare ad allevare le api, era già cacciatore di miele da sciami selvatici quando era una scimmia, e non ha dovuto costruirsi il recipiente di terracotta per la fermentazione, aveva già a disposizione il primitivo ma funzionale otre di cuoio, il contenitore per eccellenza delle popolazioni nomadi; per quanto riguarda il processo produttivo poi, tutti gli apicoltori sanno che per togliere i residui di miele dai favi strizzati o dagli opercoli il sistema più semplice è immergerli in acqua: il miele si scioglierà istantaneamente. Una volta fatta questa operazione la miscela di acqua e miele inizia a fermentare da subito, naturalmente, ad opera dei lieviti indigeni presenti nel miele ed è già bevibile, anzi l’idromele non è come il vino che sviluppa i suoi aromi solo dopo la fermentazione primaria, ma come la birra col suo profumo di lieviti ed il frizzante della fermentazione». 

Le prime testimonianze archeologiche sulla produzione di idromele risalgono comunque ad oltre 9.000 anni fa: frammenti di vasi di ceramica rinvenuti in Cina contengono tracce chimiche di miele, riso e composti organici coerenti con il processo di fermentazione.

Al di là dell’eterna disputa sulla sua origine, è cosa certa che in molte parti d’Europa, alle coppie appena sposate fosse regalato idromele (secondo altre fonti veniva portato in dote dalla sposa) sufficiente per la durata di circa un mese

Tale dono veniva fatto come incentivo alla procreazione dato che si era perfettamente a conoscenza del fatto che la bevanda fosse alcolica ed in quanto tale, erano note le sue caratteristiche energetiche. In questo modo la giovane coppia avrebbe avuto “energia” sufficiente per affrontare i primi rapporti. La locuzione “luna di miele”, pare derivi proprio dal fatto che per la durata di una luna (circa un mese dunque), la coppia si godeva il consumo della bevanda.

Una bevanda che dal Medioevo in poi perse popolarità in favore di vino e birra specialmente nel centro e sud Europa, mantenendo, però, intatti i suoi valori e significati in Scandinavia, dove anche oggi produzione e consumi toccano cifre importanti.

Storia e tradizione d’accordo… ma dunque da cosa è composta la bevanda? La ricetta di base richiede semplicemente miele, acqua e lievito anche se chiaramente esistono tante varianti con aggiunte di numerose spezie.

Certamente è interessante sapere che una delle caratteristiche dell’idromele è che i suoi zuccheri sono già presenti nella materia prima, senza bisogno di processi preparativi come il germogliamento dei cereali.
La gradazione alcolica si può inoltre “decidere”, in base alla diluizione del miele con acqua, ma a causa delle caratteristiche naturali dei lieviti, sia da birra sia enologici, non si riesce ad andare oltre i 13/14 gradi, con una fermentazione che si protrae per 60/70 giorni.

Una bevanda dunque perfetta per concludere un lauto pasto, servita leggermente fresca è perfetta ad accompagnare un dolce, possibilmente pasticceria secca. Un idromele ben fatto riempie la bocca di freschezza, rilasciando un delizioso sentore di miele.

In alto i calici dunque e godiamoci un sorso di questo composto, così ricco di storia e tradizione, nato da un sanguinoso delitto sepolto nelle leggende più lontane e tornato a noi in questi anni per allietarci i sensi al termine di una faticosa giornata.

La sacralità dell’ape quale animale messaggero del cielo, che trasforma il sole in miele, e l’acqua vista come la linfa vitale che scorre nelle vene della Madre Terra rendono l’Idromele sacro ai Celti, come essenza del divino nell’unione fra cielo e terra.

(Poema finlandese 1800c.a.)

Riguardo Luca Brida

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