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Lazzarone, quando la pigrizia diventa eroismo (seconda parte)

Nella puntata precedente abbiamo imparato a conoscere lo stile di vita bizzarro dei  lazzaroni/lazzari della Napoli di fine Settecento e la loro assoluta fedeltà al re delle Due Sicilie.

Fu proprio la fedeltà a Ferdinando di Borbone portò i lazzari a scrivere una delle pagine più eroiche della storia della Penisola. Ai primi del gennaio 1799 l’armata del generale napoleonico Championnet marciò senza colpo ferire su una Napoli pressoché indifesa per l’incomprensibile e disastrosa ritirata dell’esercito borbonico dal munitissimo campo trincerato di Capua e per il furioso incendio, di origine dolosa, che distrusse in una sola notte l’intera flotta, all’ancora nella cala di Margellina.

Mentre la borghesia iniziava a trattare sottobanco con i giacobini filofrancesi locali, mentre lo stesso vicario del re trattava un armistizio con Championnet, l’intera Lazzaria insorgeva per difendere la sua città al grido di “viva San Gennaro” e “viva ‘o Rre nuosto”. Il 20 gennaio 40mila “lazzaroni” giurarono davanti alle relique di San Gennaro di morire in difesa di Napoli.

Iniziò così una tre giorni di lotta all’ultimo sangue, combattuta da parte dei lazzari con mazze e con le armi ed i cannoni strappati a caro prezzo al nemico. I francesi non passano. Le baionette dei loro battaglioni s’infrangono letteralmente contro un muro di carne umana. I corpi dei caduti – scrive il già citato Orazio Ferrara – diventano barricate per i lazzari superstiti. Anche per gli attaccanti il tributo in morti e feriti è altissimo. Dappertutto si spande l’acre odore della polvere da sparo e, tra il denso funo, s’intravede lo scintillìo terribile delle armi bianche, che squarciano, mutilano”.

I lazzari si battono come leoni sulle mura di Napoli per tre giorni e tre notti ininterrotti, durante i quali morirono in 10mila (ma il numero esatto non si seppe mai) per difendere la dignità della loro città. Alla fine, il 23 gennaio le soverchianti forze francesi ne ebbero ragione, seppure a un caro prezzo, dando poi vita all’effimera Repubblica napoletana.

Il valore di quei miserabili, indolenti, prigri, scanzonati straccioni – che lo scrittore Alexander Dumas descrisse così: “Gli altri popoli si riposano quando sono stanchi di lavorare; loro , invece, quando sono stanchi di riposare lavorano” – sta tutto nella relazione che il generale Championet inviò a Napoleone Bonaparte, a Parigi: “ … si combatte in ogni strada; il terreno è disputato palmo a palmo; i lazzari sono guidati da capi intrepidi. I lazzari, questi uomini meravigliosi sono degli eroi”.

Il capo di stato maggiore, il generale Bonnamy, concludese il suo rapporto con questa frase: “L’azione dei lazzari farà epoca nella Storia”. Ma non in quella ufficiale italiana perché imbarazzante per la retorica risorgimentale che descrisse il regno borbonico come tirannico ed odiato dal popolo che anelava alla libertà proveniente dal Piemonte.

Come avete letto, ora, se a casa vi danno del “lazzarone”, vi danno dell’eroe … ma non diteglielo!

Maccheroni per il “Re Lazzarone”

Costumi napoletani 1830Per John Dickie, autore de Con gusto – Storia degli italiani a tavola, “ … l’allegria suprema, per un lazzaro, era rappresentata da un piatto di pasta: anzi sembra che i maccheroni fossero lo scopo centrale della sua esistenza, la definizione stessa della beatitudine”. Tant’è che “quando un lazzarone ha guadagnato le quattro o cinque monete che gli bastano per comprarsi i maccheroni – scriveva nelle sue memorie di viaggio il conte Guglielmo Tommaso d’Espinchal – non si preoccupa più del denaro e smette di lavorare”.

Una delle scene di strada più note d’Europa di quel tempo era quella di uomini vestiti di stracci, con la testa gettata all’indietro e la bocca spalancata come uccellini appena nati, intenti a cacciarsi in gola maccheroni (una sorta degli attuali vermicelli) appena acquistati da un venditore ambulante, col suo bravo calderone bollente.

Una passione ed un modo di mangiare che i lazzari condividevano con il loro “Re Lazzarone”. Uno stupito viaggiatore inglese descrisse così Ferdinando di Borbone alle prese coi maccheroni: “Li afferrava tra le dita, torcendoli e stiracchiandoli, e poi infilandoseli voracemente in bocca, disdegnando con la massima magnanimità l’uso di coltelli, forchette o cucchiai, o qualsiasi altro strumento eccettuati quelli che la natura gli ha messo a disposizione. Questa esibizione, devo confessarlo, mi ha sorpreso più di qualsiasi altra cosa abbia mai visto, tanto in un re quanto in un suddito”.

Il popolo prediligeva i maccheroni “vierdi vierdi”, cioè duri come i frutti acerbi, a differenza dell’aristocrazia che li lasciava cuocere anche per un paio di ore per consumarli scotti, fino a quando in Cucina teorica-pratica del 1837 il nobile gastronomo napoletano Ippolito Cavalcanti Duca di Buonvicino sancì ufficialmente a regola della cottura al dente, che vale ancor’oggi.

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