Lazzarone, quando la pigrizia diventa arte

Siete un amante del “dolce far niente” ed in casa vi accusano di essere un lazzarone? Non prendetevela, anzi siatene orgogliosi. Il perché lo capirete leggendo l’articolo, con l’avvertenza di non farvi fuorviare dall’inizio e di leggere anche la seconda parte!

Con l’immaginaria macchina del tempo trasferiamoci nella Napoli del Settecento che con i suoi 400mila abitanti era la più popolosa città d’Italia dell’epoca. Per i ricchi turisti d’Oltralpe la colorata e vociante umanità brulicante per le sue vie rappresentava uno spettacolo pittoresco, alla pari del Golfo e del Vesuvio.

“Se mi propongono di scrivere parole, sono sempre immagini quelle che sorgono ai miei occhi: della terra feconda, del mare immenso, delle isole vaporose, del vulcano fumante; e per rappresentare tutto ciò mi mancano gli strumenti adatti … Napoli è un paradiso! Si vive in una specie di ebrezza e di oblio di se stesso!”: così Johann Wolfgang von Goethe descrisse la città nel suo Viaggio in Italia, resoconto minuzioso del suo viaggio lungo la Penisola compiuto tra il 3 settembre 1786 ed il 18 giugno 1788.

Sempre secondo lo scrittore tedesco, i napoletani erano “d’indole felice”, disposti a vivere perennemente all’aria aperta, godendosi l’abbondanza che quella terra offriva loro senza troppa fatica. Per i facoltosi turisti del nord Europa, insomma, Napoli era sinonimo di colori, musica, spensierata allegria.

Sintesi di questa esistenza erano i lazzaroni o lazzari: giovani del sottoproletariato (come si direbbe oggi), vestiti di cenci, quasi sempre magrissimi ed allegri, erano ovunque nei vicoli, stesi pigramente al sole. Per loro, la pigrizia era un marchio d’onore, il lavoro una minaccia alla dignità.Lazzari_giocano_alle_carte

I lazzari erano tra i soggetti preferiti dalle giovani aristocratiche nordiche per i loro dipinti nel tour italiano e … per i segreti maliziosamente eccitanti da raccontare alle amiche, una volta a casa.

“I lazzari nascono con Masaniello – scrive Orazio Ferrara nel suo Il cuore a Sud del 1998 – più precisamente con gli alarbi, i suoi giovani e combattivi seguaci, seminudi e laceri, che hanno per insegna una bandiera nera. Alla vista di questi ribelli straccioni, l’altera nobiltà spagnola parla offensivamente di lazaros, cioè di laceri, miserabili. Con fervida fantasia, quei giovani descamisados ante litteram ribaltano l’offesa e della parola ne fanno una bandiera da innalzare. Lazzari perché discendenti dal Lazzaro del Vangelo”.

I lazzari non si ubriacavano, non erano mendicanti né ladri, anche se occasionalmente potevano esserlo, né erano affiliati alla camorra, che a quel tempo comincia a mettere radici e che anzi veniva vista come “nemica”.

Costituivano una sorte di società all’interno della società, odiata dalla borghesia filogiacobina e filofrancese napoletana, avevano una propria gerarchia, un proprio quartier generale (Porta Capuana) e riconoscevano solo due padroni, oltre la Lazzaria: San Gennaro (ovviamente) ed il Re.

La fedeltà al Re era assoluta e la fiducia reciproca. Così, quando Ferdinando di Borbone, battezzato dai lazzari affettuosamente “Re Lazzarone”, lasciò la città per un giro diplomatico alle corti europee, affidò proprio alla Lazzaria, che poteva contare su 60mila affiliati pronti a tutto, il compito di mantenere l’ordine nella capitale del regno delle Due Sicilie, con grande rabbia della camorra e grande scorno della polizia.

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