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La Cuccumella: la vera caffettiera napoletana!

Il caffè è una cosa seria. A Napoli poi lo è ancora di più.

Da decenni la città partenopea si proclama una delle capitali mondiali della calda bevanda e l’oggetto che ha reso questa effigie da semplice appello a concreta realtà è senza dubbio la mitica caffettiera napoletana.

La “Cuccumella”, questo il nome dato alla macchinetta dagli artigiani napoletani, è il simbolo del caffè della città. Un arnese entrato nell’immaginario collettivo anche oggi, nonostante sempre più napoletani ne stiano abbandonando l’uso, in favore della più pratica moka.

Ma in questi giorni che la Cuccuma compie 200 anni, ci sembra doveroso celebrarla, anche perché assaggiare un caffè da questa ingegnosa macchinetta, dopo aver osservato i passaggi di preparazione, è esperienza divina per chi ama il sapore del caffè, quello buono.

Dicevamo che la Cuccumella compie 200 anni, ed effettivamente l’idea di una macchina che sfruttasse la forza di gravità per permettere all’acqua calda di incontrare la macinatura risale al 1819.
L’inventore però non era napoletano! Nessun signor Gennaro, oppure Esposito… fu il francese Morize a brevettare il metodo della percolazione a capovolgere.

Il transalpino ideò dunque la prima macchina del caffè a capovolgimento, sfruttando diversi materiali, alcuni poveri altri più ricercati: ecco dunque che le prime caffettiere Morize erano un insieme di ceramica, latta, rame e metalli vari. In patria però i francesi non furono conquistati da questa invenzione ed ecco che attraverso le vie del commercio, la macchinetta giunse a Napoli.

Furono gli artigiani partenopei a perfezionare quella che venne poi chiamata Cuccumella , ovvero un diminutivo di “Cuccuma”, un vaso di rame o terracotta.

Qualche modifica pratica, come l’aggiunta della capsula che racchiude la polvere del caffè e il materiale. Niente rame o ceramica, la macchinetta doveva essere per tutti, per il popolo e il caffè doveva entrare anche nelle case dei meno abbienti. Venne dunque scelto l’alluminio e anche oggi, la vera, autentica Cuccumella è in alluminio, sebbene vengano prodotte anche in acciaio.

Ma come si prepara il caffè con la macchina napoletana? Serve pazienza, passione e voglia di immergersi in gesti e riti che da decenni vengono ripetuti sistematicamente con devozione al fine di poter sorbire il miglior caffè possibile.

L’inserimento dell’acqua, della macinatura (meno fine di quella moka) andando a creare la montagnetta o come viene chiamata a Napoli “Il Vesuvio” senza pressare, lasciando alla capsula l’onere di mantenere unito il composto.

La Cuccumella va poi adagiata sul fuoco, basso, bassissimo, fino a quando al primo bollore, si deve ribaltare la macchinetta lasciando alla gravità di compiere l’ultimo passo.

È quello il momento dell’attesa, dopo aver creato un cono di carta, detto “coppettiello”, per coprire il beccuccio in modo da non far uscire il vapore e l’aroma, inizia la conversazione con gli ospiti, con gli amici, in attesa che il caffè si compia.

Il detto di “mettere su il caffè” deriva proprio da questo: nel momento in cui la caffettiera veniva capovolta e goccia dopo goccia l’acqua raggiungeva prima la polvere macinata e poi il filtro, a tavola si parlava, si giocava a carte, si stava insieme. Una vera, autentica pausa caffè!

Ma lasciamo al Maestro Eduardo De Filippo decantare questo rito in un celebre passaggio della sua opera “Questi fantasmi!”.

Duecento anni di Cuccumella che iniziano a farsi sentire. Sono pochi ormai i napoletani che regolarmente ne fanno uso. La moka, ideata da Alfonso Bialetti nel 1933 ha inesorabilmente conquistato l’intero Stivale, entrando con prepotenza negli ultimi decenni anche nelle case campane.

Come il sabato sera sempre più a fatica si sentono gli scaloni delle case dei rioni riempirsi del profumo inebriante del ragù, anche la caffettiera napoletana sta scomparendo, restando nelle credenze delle famiglie più integraliste, che almeno al termine di un pranzo domenicale, torna sulle tavole a raccontare un passato fatto di tradizioni e di gusti che non possiamo permetterci di lasciar scappare via.

 

Riguardo Luca Brida

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