Furlo, la Gola che fece strisciare un papa

Ci sono luoghi, in questa nostra Italia, in cui la Storia è “transitata” in senso letterale, lasciando tracce ben visibili del suo passaggio. Uno di questi luoghi è la Gola del Furlo.

La Gola del FurloLa Gola del Furlo – si trova nella provincia di Pesaro – Urbino, tra i comuni di Fossombrone e di Acqualagna, capitale nazionale del tartufo – è un vero e proprio canyon che si è formato nel corso di migliaia di anni per effetto dell’erosione effettuata dal fiume Candigliano (affluente del Metauro, il fiume principale delle Marche) sui versanti dei monti Pietralata (889 metri) e Paganuccio (976 metri).

La Gola del Furlo è la parte probabilmente più suggestiva dell’antica Via Flaminia, la terza grande direttrice dell’espansione romana in ordine cronologico, la prima delle due grandi strade per il nord in ordine d’importanza. Partiva da Roma e, dopo aver attraversato l’Appennino umbro-marchigiano, arrivava sulla costa adriatica a Fano, per poi terminare a Senigallia.

La Via Flaminia fu costruita tra il 223 ed il 220 a.C., sfruttando sezioni di viabilità preesistenti, probabilmente di origine etrusca, su iniziativa di Gaio Flaminio Nepote, il console che troverà la morte nella disastrosa battaglia del Lago Trasimeno del giugno 217 a.C., per mano di un certo Ducario, cavaliere gallo al soldo di Annibale.

Gaio Flaminio aveva dato ai suoi ingegneri un ordine ben preciso: la nuova via avrebbe dovuto essere, per esigenze militari, la più dritta e la più breve possibile. I soldi non sarebbero stati un problema, perché l’opera sarebbe stata finanziata con il bottino ricavato dalle guerre vittoriose contro i liguri.

Per rispettare alla lettera le disposizioni di Gaio Flaminio, gli ingegneri dovettero realizzare numerose ed impegnative opere tecniche (ponti, trafori, viadotti), in un territorio soggetto a frane, slavine e attraversato da fiumi impetuosi al tempo delle piogge. Soprattutto, per avere la via più dritta e breve possibile, dovettero risolvere la sfida della Gola del Furlo.

La Via Flaminia nella Gola del FurloÈ probabile che sul fianco di una delle due montagne della Gola ci fosse, a strapiombo sul burrone, una sorta di sentiero utilizzato da tempo immemorabile dalla popolazione locale. Ovviamente questo sentiero era assolutamente inadatto alle esigenze dei romani che avevano necessità di poter far transitare velocemente ed in sicurezza l’esercito verso la pianura padana, oltre che i carri dei mercanti.

A forza di picconi e scalpelli centinaia di schiavi e di prigionieri di guerra ricavarono a mezza costa dalla roccia una carrareccia a cielo aperto larga circa sei metri, che si rivelò quanto mai preziosa nel 207 a.C. per tagliare la strada alle truppe del cartaginese Asdrubale, venuto in soccorso del fratello Annibale, truppe poi sconfitte nella battaglia del Metauro.

Tenere in esercizio questa via, intagliata, come detto, nella roccia poco stabile, richiese continue e costose opere di manutenzione, fino a quando all’inizio del primo secolo d.C., l’imperatore Augusto decise di dare una soluzione definitiva ai problemi strutturali della Via Flaminia, vitale per l’economia romana. Tra le opere realizzate in questa occasione, ci fu un ciclopico muro di sostegno al “camminamento” nella Gola del Furlo. Muro che crollò miseramente dopo qualche decennio.

Verificata così l’impossibilità di tenere agibile una strada a cielo aperto in quel canyon, gli ingegneri romani optarono per una galleria che tagliasse il punto più esposto della vecchia carrareccia. Sul piano di roccia di questo piccolo tunnel (lungo appena 8 metri, largo 3,30 metri ed alto 4,45 metri) sono visibili ancora oggi i solchi dei tanti carri che nel tempo vi transitarono.

Poi, nel 69 d.C., successe un episodio che sarà cruciale per il futuro della Gola. In quell’anno, secondo quanto riferito dallo storico Tacito, le truppe dell’imperatore Vespasiano, dirette a Roma contro l’antagonista Vitellio, rimasero bloccate a lungo a Fano per il maltempo che impediva l’attraversamento della Gola.

L'ingresso nord della galleria di Vespasiano alla Gola del Furlo.

Forse fu questo fatto che indusse sette anni più tardi Vespasiano a far realizzare, sempre a colpi di martello e scalpello, una seconda galleria ben più lunga (quasi 39 metri) e larga quasi il doppio. Per accelerare i lavori e per “ammorbidire” la roccia – ma al riguardo non c’è documentazione certa – questa veniva prima surriscaldata con grandi fuochi e poi cosparsa di acqua a aceto.

In seguito, con la pressione sempre più minacciosa degli eserciti barbarici, divenne evidente quanto fosse importante dal punto strategico il controllo della Gola. Così, nel 246 d.C. Marco Giulio Filippo, detto l’Arabo per le origini siriane, imperatore romano per soli cinque anni, istituì, accanto ad una stazione di cambio dei cavalli e ad una taverna, un piccolo presidio militare col compito di proteggere i viandanti dagli assalti dei briganti che nel frattempo avevano preso saldo possesso delle montagne circostanti.

Nel Quattrocento, sulle fondamenta di quel presidio fu costruita l’attuale chiesetta di Santa Maria delle Grazie che ostruisce l’accesso al primitivo e pericoloso percorso esterno, quello del 220 a.C per intenderci, e alla galleria “piccola”, quella di Augusto.

Quando l’impero romano crollò, la Penisola divenne terra di scontri tra le truppe dell’Impero romano d’Oriente ed i barbari. Nel 538 d.C. avvenne l’unico evento bellico all’interno della Gola. Protagonisti, Goti e soldati bizantini.

Questi ultimi erano saliti in forze al passo, tenuto da un gruppo di Goti (chi dice un centinaio, con donne e bambini, chi quattrocento) saldamente barricati all’interno delle gallerie, dopo aver lasciato una sorta di villaggio chiamato pomposamente Castello.

Dopo inutili assalti, i bizantini decisero di cambiare tattica: dagli assalti frontali terrestri passarono ai bombardamenti … aerei. Dopo una pericolosa e faticosa arrampicata, che costò anche perdite umane, i bizantini riuscirono ad issarsi in cima al costone che sovrastava le gallerie. Da lassù cominciarono a far cadere grossi massi che non causarono molti danni ma che in compenso provocarono un frastuono assordante e fecero tremare la terra.

Per i superstiziosi Goti fu troppo: si sentirono abbandonati da Dio e si arresero. I soldati greco-romani non solo li risparmiarono ma li inquadrarono nel loro esercito, lasciando al Castello solo le donne, i bambini e gli inabili alle armi.

I bizantini tennero la Gola con alterna fortuna fino al 571 quando i Longobardi, in marcia verso Roma, distrussero definitivamente il Castello e tutto il sistema a difesa delle gallerie. Da qui in poi il Furlo fu regno dei briganti, vanamente contrastati da sporadiche “operazioni di polizia”.

Santa Maria delle Grazie al passo del FurloCiò nonostante, anche nei secoli che seguirono la distruzione operata dai Longobardi, numerosi personaggi importanti affrontarono le incognite della Gola pur di superare velocemente gli impervi Appennini. Tra loro: attorno all’anno 1000, i santi Romualdo e Pier Damiani diretti alla vicina Abbazia di San Vincenzo; nel 1162 Federico I di Svezia, il “Barbarossa”, e le sue truppe scesi alla conquista della città di Cagli; nel gennaio 1502 Lucrezia Borgia, in transito per andare in sposa al Duca di Ferrara.

Il 25 settembre 1506, il Furlo fece strisciare addirittura un papa. Si narra, infatti, che la galleria grande fosse talmente compromessa da costringere l’iracondo Giulio II, il papa della Cappella Sistina e dei burrascosi rapporti con Michelangelo, diretto a Roma per assumere il soglio papale, ed il suo seguito ad attraversarla letteralmente a carponi!

Nel 1631 il Furlo fu incorporato nello Stato Pontificio ma le condizioni di difficoltà, per la caduta di massi, l’incuria e la presenza di malviventi, non si attenuarono tanto che nel 1771 le poste pontificie si videro costrette ad evitare la Gola. Il 17 settembre 1860 il Furlo passò ai Savoia e il 17 marzo 1861 entrò a far parte del Regno d’Italia. Due anni più tardi il passo fu liberato dalla presenza dei banditi e reso sicuro.

Profilo del Duce sul Monte Pietralata negli anni '40.

Negli anni Trenta del secolo scorso, la Guardia Forestale locale, con un’opera di scavi e costruzione di muretti, riprodusse sulle pendici del monte Pietralata il profilo di Benito Mussolini, che attraversava spesso la Gola nei suoi spostamenti tra Roma e il nord Italia. Il monumento, che fu minato e distrutto dai partigiani alla fine della guerra, è oggi soltanto parzialmente riconoscibile.

Dagli anni ottanta il Passo del Furlo è solcato da una superstrada, con due nuove gallerie lunghe 3391 metri, che ha permesso di liberare dal traffico veloce il vecchio tracciato stradale, restituendo la gola alla gioia dei suoi estimatori.

Attualmente la Gola è parte della Riserva naturale statale del Furlo, dove convivono esemplari di fauna davvero singolari. Basti pensare all’aquila reale, al falco pellegrino, al gufo reale, al picchio muraiolo, alla rondine montana, al rondone maggiore e al gracchio corallino. E poi al Furlo vivono lupi, caprioli, daini, cinghiali. La vegetazione che ricopre le cime del massiccio è costituita in prevalenza da querceti con roverella, carpino nero, orniello, acero, sorbo.

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Bruno Brida

Direttore Responsabile (bruno.brida@gustosamente.it) - Giornalista da oltre 40 anni, caporedattore centrale di periodici locali, con la passione per i motori, la storia e per ... i piaceri della tavola e della buona compagnia!