Giuseppe Giannola, il soldato che non volle dimenticare

Vae victis”, “guai ai vinti” gridò il gallo Brenno agli sconfitti romani che nel 390 a.C cercavano di mercanteggiare sul riscatto da pagare per la libertà.

Giuseppe GiannolaGli sconfitti hanno sempre torto, la storia è sempre dalla parte dei vincitori. Soprattutto se riguarda eventi ancora vivi nella memoria. Ce lo ricorda Gianluca De Feo su Repubblica.it del 5 dicembre scorso, dando notizia della morte di Giuseppe Giannola, un sopravvissuto di una delle tante mattanze dimenticate della Seconda guerra mondiale.

Per tre volte l’avevano colpito, cercando di ucciderlo. Aveva visto decine di compagni cadere intorno a lui – scrive De Feo – ma miracolosamente era rimasto vivo, nonostante l’ultima fucilata a bruciapelo per eliminarlo. L’unico superstite di una strage dell’estate 1943 a cui nessuno voleva credere”. Sì, perché gli autori di quella strage a sangue freddo non furono i “cattivi” tedeschi, ma i “buoni” soldati americani.

Per oltre settant’anni Giuseppe Giannola ha cercato giustizia per i suoi commilitoni che furono considerati ingiustamente dei disertori e solo adesso che la verità storica è stata ricostruita ha potuto spegnersi serenamente nella sua Palermo. Aveva 99 anni.

La sua vicenda ci porta nel cuore di uno dei capitoli più oscuri della Seconda guerra mondiale, una pagina nera che soltanto ora sta cominciando a venire sollevata: gli eccidi commessi in Sicilia dalle truppe americane.

George Patton: "Non solo spareremo ai bastardi, ma taglieremo loro gli intestini ancora vivi, e li useremo per oliare i cingoli dei nostri carri armati".Massacri di prigionieri italiani e tedeschi realizzati – come hanno dimostrato le corti marziali statunitensi – obbedendo a un preciso ordine di George Patton, il tanto glorificato “generale d’acciaio”, che alla vigilia dell’Operazione Husky, lo sbarco alleato in Sicilia cominciato la notte del 9 luglio 1943, aveva dichiarato:Se si arrendono, quando tu sei a 200-300 metri da loro, non badare alle mani alzate. Mira tra la terza e la quarta costola, poi spara. Si fottano, nessun prigioniero! E’ finito il momento di giocare, è ora di uccidere. Io voglio una divisione di killer, perché i killer sono immortali”.

Ci fu, purtroppo, chi obbedì ciecamente al suo comandante, anzi andò oltre. Molto oltre. Il 14 luglio, reparti della 45˚ Divisione di fanteria statunitense, tra i quali vi erano anche duemila indiani Cherokee, presero d’assalto l’aeroporto di Biscari, oggi Acate, in provincia di Ragusa.

I tedeschi ed i soldati italiani opposero una strenua difesa contro le soverchianti forze alleate ma alla fine i superstiti furono costretti ad arrendersi ad una compagnia comandata dal capitano John Compton. Quaranta, trentasei italiani e quattro tedeschi, alcuni in abiti civili, tutti con le mani alzate.

Compton portò i prigionieri di fronte ad una forra e li fece fucilare da volontari. Chi non morì subito, fu finito con un colpo di grazia alla testa.

Lo stesso giorno il sergente Horace West, rancoroso ex cuoco di successo rovinato dalla crisi del 1929, volle imitare il superiore. Ricevuto l’ordine di scortare nelle retrovie trentacinque soldati italiani e due tedeschi per sottoporli ad interrogatorio, il graduato, invece di adempiere al dovere, falciò di persona a colpi di mitra tutti i prigionieri.

In seguito la corte marziale assolse John Compton perché accettò la sua sua tesi difensiva di aver semplicemente ubbidito agli ordini di Patton (il capitano morirà combattendo l’8 novembre dello stesso anno durante l’avanzata verso Cassino), mentre condannò il sergente West all’ergastolo.

La sentenza di condanna all'ergastolo per il sergente Horace T. West.Ovviamente la pena  non venne mai eseguita.  Horace West fu dapprima trattenuto  agli arresti in una base del Nord Africa.  Il 1° febbraio 1944 il capo delle pubbliche relazioni del ministero della Guerra sollecitò al comando alleato di Caserta un atto di clemenza per West. «Non possiamo – è un passo della sua lettera – permettere che questa storia venga pubblicizzata: fornirebbe aiuto e sostegno al nemico. Inoltre, potrebbe scuotere una parte dell’ opinione pubblica dei nostri cittadini che sono così lontani dal campo di battaglia e  potrebbero non capire la ferocia che è insita nella guerra”.

Una delle vittime della follia di West fu il giovane Giuseppe Giannola, aviere palermitano, in servizio nell’aeroporto di Ponte Olivo, nella piana tra Caltagirone e Acate. Quando cominciò l’attacco, con i suoi compagni prese il fucile e combatté: erano tutti ragazzi siciliani, ma non pensarono per un attimo a disertare e tornare a casa. Prima affrontarono i paracadutisti americani, poi in trincea fermarono per due giorni l’avanzata della 45ma divisione Usa. Lui ed i pochi superstiti si arresero solo a munizioni finite.

Lasciato in mutande e senza scarpe come i compagni, venne avviato verso le retrovie. Poi la scorta americana si fermò ed il sergente Horance West cominciò a sparare sul mucchio, una raffica dietro l’altra. “Ho fatto solo in tempo a fissare l’immagine di quel sergente gigantesco, con il tatuaggio sul braccio, che impugnava il mitra. Poi i corpi degli altri mi sono caduti addosso”, ricordò in seguito Giannola. “Non vedevo nulla, sentivo solo quegli scoppi che non sembravano finire mai. Prima raffiche lunghe, quindi delle esplosioni secche, sempre più rare. Erano i colpi di grazia”.

Giuseppe Giannola fu colpito a un polso. Aspettò oltre due ore – scrive De Feo su Repubblica.it – e quando credette che gli americani fossero andati via, si rialzò. Ma si era sbagliato: gli spararono di nuovo. Il proiettile però lo colpì di striscio sulla testa e lo fece svenire per ore. Poi con cautela si alzò: intorno a lui solo cadaveri. Camminò sanguinante fino a una strada e si sedette. Dopo poco arrivò una jeep americana e scesero alcuni soldati scambiandolo per un commilitone. Quando capirono che era italiano, gli spararono dritto al petto. Giannola si risvegliò dopo giorni in un ospedale da campo alleato. Aveva il petto trafitto: la pallottola aveva sfiorato il cuore, perforando un polmone, ed era uscita dalla spalla. Ma era vivo.

Schema dello sbarco in Sicilia delle Forze alleateAl termine della prigionia, denunciò l’accaduto alle autorità italiane il 31 dicembre 1945, poi il 21 agosto 1946. Infine, il 4 marzo 1947 presentò al Comando Aeronautica della Sicilia un dettagliato resoconto di quanto accaduto, ma per ragioni di opportunità politica rimase inascoltato.

Dopo la guerra lavorò come postino, cercando negli anni di far sentire la sua voce ma senza successo, fino a quando nel 2004, assistito dal figlio Riccardo, raccontò la sua storia al procuratore militare di Padova, che aveva aperto un fascicolo che riguardava un sopravvissuto al crimine di guerra consumato negli stessi luoghi per mano del capitano Compton.

Nel giugno 2012, dopo essere stato insignito dell’onorificenza di ufficiale della Repubblica italiana, Giuseppe Giannola vide finalmente l’inaugurazione sul luogo della strage di un monumento alla memoria dei caduti, con i nomi di tutte le vittime. Era riuscito a tenere fede alla sua promessa di non farli dimenticare dalle nuove generazioni.

Per la cronaca, qualche giorno prima che venisse giudicato il capitano John Compton, il generale George Patton fu rimosso dal comando in Sicilia, usando come pretesto gli schiaffi inflitti ad alcuni soldati americani sotto shock. Patton fu lasciato a riposo per oltre sei mesi e la questione delle stragi siciliane rimase argomento per decenni top secret per non danneggiare l’immagine liberatrice delle truppe alleate.

Sicilia: progionieri italiani perquisiti da militari statunitensi“La liberazione dal nazi-fascismo rappresentò certamente l’inizio di un nuovo periodo storico che ha riconsegnato al nostro Paese libertà, democrazia, pace e prosperità. Ma le stragi americane – ha dichiarato Gianfranco Ciriacono, autore del libro “Le stragi dimenticate” – non si fermarono solo a Biscari e Piano Stella, bensì continuarono nelle giornate seguenti con la stessa virulenza a Comiso, dove furono uccisi, violando la convenzione di Ginevra, 60 soldati tedeschi e 50 soldati italiani. A Canicattì, poi, furono uccisi 8 civili per mano di un ufficiale americano. Così come a Butera, e via dicendo, fino ad arrivare nelle vicinanze di Palermo. Per lo più si trattò di stragi rimaste nella memoria delle comunità e confermate da diverse testimonianze oculari di soldati italo-americani, per le quali tuttavia manca il supporto documentaristico. Ma non c’è dubbio che quelle stragi vi furono”.

Il fatto è che, secondo Ciriacono, ben presto la propaganda alleata ha fatto passare “l’icona del soldato americano come portatore di libertà, dolciumi, sigarette e razioni di cibo. L’America aveva mandato la crema della sua gioventù in tutto il mondo, non a conquistare ma a liberare, non a terrorizzare ma ad aiutare. Grazie alla martellante e danarosa propaganda che ha bombardato il mondo per sessant’anni, l’opinione pubblica ha, in linea di massima, recepito e fatto propria, come verità di fede, questa oleografia storico-militare, tanto che nessuno ha mai pensato di sottoporre a verifica il vero comportamento degli arcangeli della libertà e della democrazia. Questo è certamente uno dei motivi per cui la popolazione locale ha faticato a creare una memoria comune”.

Se c’è una morale nella faccenda che abbiamo raccontato è che in guerra non c’è mai una netta divisione tra “buoni” e “cattivi”. La guerra è comunque una cosa sporca e che sporca.

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