Vista di Portoferraio

Elba, isola carica di storia e di storie spesso sconosciute

È arrivata una nuova estate e, come avviene ormai da decenni, frotte di turisti si apprestano a prendere d’assalto l’Elba.

Questi turisti sono attratti dalla bellezza del suo mare, delle sue spiaggette, dei suoi borghi. Pochissimi di loro hanno però coscienza di approdare su un’isola carica di storia e di storie, e la cui origine affonda addirittura nei fascini della mitologia.

Si racconta, infatti, che dopo essere emersa dalla spuma del Mar Tirreno, Afrodite, la dea dell’amore e della bellezza, nel raggiungere l’amato Eros che l’attendeva trepidante sulla spiaggia, perse la collana di perle che le era stata donata da Paride.

Invece di andare a fondo, sette di queste perle rimasero in superficie dando origine alle sette isole dell’Arcipelago Toscano. Una di queste, Elba (per estensione la terza d’Italia): un grande scoglio a forma di pesce che punta ad ovest, rigoglioso di verde, con un cuore (ormai quasi svuotato) di metalli e pietre preziose.

Tra i primi a scrivere dell’Elba fu Diodoro Siculo (90-20 a.C.), il quale ci narra che gli Argonauti, dopo essersi impossessati del vello d’oro, navigando per il Tirreno giunsero ad un’isola chiamata Aethalia e qui predisposero un ottimo porto per le loro navi chiamandolo Argon, dal nome della loro nave. L’isola in questione altro non era che l’Isola d’Elba ed il porto in questione sembra essere la bellissima spiaggia de Le Ghiaie!

Cartina stradale dell'Isola d'Elba

Cartina stradale dell’Isola d’Elba

La parte della storia “vera” dell’isola di cui troviamo ampie tracce anche oggi è quella ricordata come “la minaccia delle vele nere”. Salpando dalle loro basi in Algeria e Tunisia, i pirati moreschi misero a ferro e fuoco per secoli l’Arcipelago e l’Elba. Numerose sue calette e spiagge portano ancora il ricordo di quei sanguinari eventi: da Cala Rossa a Barbarossa, fino alla Spiaggia dell’Innamorata, che narra la vicenda di Maria e Lorenzo e del loro giovane amore stroncato dai saraceni.

Per fronteggiare, in qualche caso inutilmente, la minaccia dei pirati e delle loro navi dalle vele nere furono costruite diverse fortezze che oggi fanno parte del paesaggio elbano:  dal Castello del Volterraio alla Torre di San Giovanni fino alla cittadella fortificata di Portoferraio (nella foto di apertura), un incredibile esempio di architettura rinascimentale voluta da Cosimo I de’Medici, che la battezzò “Cosmopoli” e che la dotò di bastioni e sistemi di difesa sfruttando la naturale conformazione della zona.

Venendo a tempi più vicini ai nostri, pochi sanno che nella Seconda Guerra Mondiale anche l’Elba fu teatro di uno sbarco degli Alleati: avvenne il 17 giugno del 1944 nell’ambito dell’ Operazione Brassardche aveva come scopo lo sblocco del fronte principale ancora fermo a Cassino.

Lo sbarco e l’occupazione dell’isola furono affidati ad un contingente di forze francesi, comandate dal generale Jean de Lattre de Tassigny, comprendente anche un nutrito contingente di truppe provenienti dal Senegal e dalle colonie del Nordafrica, trasportato sull’obiettivo da una squadra navale britannica e statunitense.

La guarnigione tedesca oppose un’iniziale dura resistenza, che provocò diverse perdite tra gli attaccanti, ma il 20 giugno i superstiti ottennero il permesso di ripiegare sulla terraferma italiana, lasciando l’isola in mano agli Alleati.

La loro fu un’occupazione tutt’altro che benevola. Da un verbale dei carabinieri dell’epoca si legge, infatti, che gli occupanti si abbandonarono a «ogni sorta di eccessi, violentando, rapinando, derubando, depredando paesi e case coloniche».

Ovviamente la storia  più nota dell’Elba è quella collegata alla presenza di Napoleone Bonaparte, qui confinato nel 1814 da Russia, Austria, Prussia, Svezia dopo la sconfitta di Lipsia in quella che è stata definitala battaglia delle nazioni”.

La bellezza dell’isola conquistò Napoleone che fece ristrutturare ville, come quella dei Mulini a Portoferraio, o come quella di San Martino e, pensando alla sorella Paolina, anche il Teatro dei Vigilanti e numerosi giardini. Ma l’eredità napoleonica include anche scuole, nuove colture, organizzazione amministrativa e civica. Tutti elementi che contribuirono a conquistare l’amore del popolo elbano.

Napoleone lascia Elba salutato dagli elbani

La partenza da Portoferraio di Napoleone Bonaparte salutato dagli elbani

«Io parto, sono soddisfatto di voi, non me ne scorderò. E per la confidenza che ho in voi vi lascio la madre e la sorella». Così Napoleone Bonaparte salutava gli isolani il 26 febbraio 1815, giorno in cui lasciò l’isola per tornare a inseguire i suoi sogni di espansione in Europa. Quale fu il suo destino dell’imperatore dopo il primo esilio – ossia la sconfitta di Waterloo e gli ultimi anni nella lontana ed inospitale Sant’Elena – è cosa studiata sui libri.

Quel periodo elbano dell’imperatore trovava eco fino a qualche tempo fa nella denominazione di tre vini locali: il Bianco dell’Imperatore, il Rosato di Madama, il Rosso della Guardia.

E già che siamo in tema, quali sono i piatti “forti” dell’isola? Innanzitutto, lo Stoccafisso alla riese (dal paese di Rio), un sublime piatto accompagnato da acciughe sotto sale, cipolla, pomodori, basilico, prezzemolo, peperoni verdi, olive nere, pinoli, capperi e ovviamente olio, peperoncino e sale. Poi, il Gurguglione (altra specialità riese a base di verdure, il riso  al nero di seppia, i totani ripieni), il famoso Cacciucco, ed ancora il Polpo lesso, gli Zerri fritti e le gustose Acciughe fritte.

La Schiaccia briaca

La Schiaccia briaca

Per i golosi c’è la Schiaccia briaca, sempre protagonista delle sagre stagionali dell’isola. È un tipico dolce della pasticciera locale, morbido e dalla forma rotonda. Si tratta in realtà di un’eredità lasciataci dai pirati barbareschi che, dal XIII al XVI secolo, saccheggiavano regolarmente Portoferraio.

In origine, la Schiaccia (che conteneva elementi tipici della cucina medio-orientale come l’uvetta ed i pinoli)  era “astemia” poiché seguiva le direttiva del Corano; successivamente è stata rivisitata con l’aggiunta di ingredienti del posto, tra cui il vino Aleatico. Il prodotto risultante, senza lievito né uova, era a lunghissima conservazione e quindi adatta a far parte delle provviste dei nomadi e dei marinai.

Per concludere, una curiosità. Come parlano gli elbani? Non è una domanda oziosa perché l’Elba ha il suo dialetto, anzi i suoi dialetti. Sì, perché il dialetto elbano non è il livornese, né il fiorentino. Si tratta di una lingua che ha diverse influenze e alcune somiglianze persino con lo spagnolo. E varianti da paese a paese. Non dimentichiamo che l’isola è un pezzo staccato della Toscana campanilistica.

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