Caporetto, la disfatta che salvò l’Italia

Cent’anni fa l’Italia si apprestava a chiudere l’anno sotto l’incubo della disfatta di Caporetto e con la seria prospettiva di una disfatta militare.

Mappa della battaglia di Caporetto

Mappa dell’avanzata austro-ungarico-tedesca in seguito alla ritirata italiana

All’alba del 24 ottobre 1917 tonnellate di gas tossici e proiettili di artiglieria iniziarono a cadere sulle linee avanzate dell’esercito italiano, vicino al piccolo paese di Caporetto. Nelle ore immediatamente successive migliaia di soldati austriaci e tedeschi attaccarono nella breccia aperta nello schieramento italiano.

Dopo una giornata di combattimenti, i generali italiani ordinarono alle loro truppe di ripiegare. La ritirata si sarebbe fermata soltanto quattro settimane dopo, sulla famosa linea del Piave. Quarantamila soldati italiani furono uccisi o feriti e altri 365 mila furono fatti prigionieri.

Oggi la battaglia è considerata una delle più grandi e “vergognose” disfatte inflitte all’esercito italiano, tanto che il suo nome è diventato sinonimo di “sconfitta” nel linguaggio comune. Ci si dimentica, però, che tutti gli eserciti coinvolti nell’immane conflitto conobbero (e poi messe a tacere o tramutate in episodi eroici) rotte simili a quelle avvenute a Caporetto, come l’insensato massacro di Sebastopoli per gli inglesi e come la lunga ritirata dei francesi del settembre del 1914 fermatasi sul fiume Marna, quasi a ridosso di Parigi.

L’accanita resistenza di diversi reparti rallentò l’attacco austo-tedesco permettendo all’esercito italiano di riorganizzarsi prima sul fiume Tagliamento poi sul Piave

A Caporetto, comunque, la disfatta non fu completa perché alcuni reparti italiani continuarono a combattere accanitamente, dando così la possibilità all’esercito di creare una linea di difesa provvisoria sul fiume Tagliamento e poi quella definitiva sul Piave che gli austriaci non riuscirono a sfondare.

Per certi versi si può dire che la rotta di Caporetto salvò l’Italia perché diede ai soldati italiani quell’orgoglio che li porto poi a sconfiggere definitivamente l’esercito austro-ungarico, ponendo fine alla dinastia asburgica che aveva governato l’Austria dal Settecento e anche il regno d’Ungheria dalla metà dell’Ottocento .

Oggi Caporetto, ribattezzata Kobarid, si trova in terra Slovena, a poche decine di chilometri dal confine italiano. È un piccolo paese di poco più di mille abitanti, emblematico delle turbolenze politico-militari del Novecento. Trovandosi all’incrocio strategico delle vallate dell’Isonzo e del Natisone che mettono in comunicazione il Friuli con la Carinzia, fu teatro di molteplici scontri e guerre tanto che nel corso dell’ultimo secolo cambiò nazionalità per ben dieci volte.

Ai tragici fatti dell’ottobre 1917 Caporetto / Kobarid ha istituito nell’edificio che fu sede del tribunale militare italiano un museo che «non vuole essere un museo di guerra, bensì dell’uomo e delle sue angustie. Non è un museo della vittoria e della gloria, delle bandiere liberate o calpestate, della conquista e della vendetta, del revanscismo o dell’orgoglio nazionalistico. In prima fila sta l’uomo, colui che ripete ad alta voce oppure tra sé e sé, a se stesso oppure ai compagni di sventura esprimendosi nelle diverse lingue del mondo: “Maledetta guerra!” In questa concisa imprecazione sta la fondamentale testimonianza del museo di Caporetto, il suo successo ed il suo diritto e la necessità di esistere e progredire», spiega il dottor Branko Marusic, curatore della struttura.

Museo d Caporetto

Il Museo di Caporetto

La collezione dedicata al fronte isontino è esposta nella Sala del Monte Nero, nella Sala bianca, nella Sala delle retrovie, nella Sala nera ed al secondo piano con la Caverna.

La sala del Monte Nero rappresenta il periodo iniziale degli scontri lungo l’Isonzo avvenuti dopo l’entrata in guerra dell’Italia del 24 maggio 1915. Gli alpini italiani conseguirono la prima brillante vittoria del fronte isontino con la conquista della cima del Monte Nero (2244 m) strappato dalle mani dei difensori ungheresi.

La Sala bianca ha per tema le sofferenze patite dai soldati che fecero la guerra in alta montagna per ben ventinove mesi. Nessuno certamente ebbe prima della partenza la benché minima idea di ciò che avrebbe vissuto là. I soldati austro-ungarici passarono prima dieci mesi di scontri armati nelle pianure del fronte russo e nei Balcani mentre la maggior parte dei soldati italiani non era mai stata al fronte. Al duro ambiente delle montagne carsiche si aggiunsero altre difficoltà e vittime dovute agli inverni in cui lo spessore della neve fu di cinque, sei e più metri ancora, ai trasporti attraverso le Alpi.

La sala del Museo di Caporetto dedicata alla dodicesima offensiva

La Sala delle retrovie descrive anche come la zona delle retrovie del fronte isontino sia diventata un vero e proprio formicaio di centinaia di migliaia di soldati ed operai dislocati lungo la linea compresa tra il Rombon ed il golfo di Trieste. Il congegno militare di ambedue gli eserciti andava chiedendo con un continuo crescendo posizioni blindate, strade, acquedotti, funicolari, ospedali, cimiteri officine, case di tolleranza, …

Nella Sala nera si conclude la descrizione della guerra di posizione protrattasi per 29 mesi lungo l’Isonzo. L’assurdità degli eventi di cui furono teatro per interi 28 mesi le montagne dopo la conquista del M. Nero, è espressa dai ritratti degli alpini immersi in preghiera prima di andare in battaglia, dalla porta d’ingresso di una prigione militare italiana, dall’affusto di un cannone abbandonato su una rovina di sassi e rottami di ferro e dalle fotografie disposte nella parte superiore a rappresentare gli orrori della guerra.

Al secondo piano è esposto il materiale riguardante l’evento conclusivo del fronte isontino, la dodicesima battaglia dell’Isonzo, nota con il nome di battaglia di Caporetto. Le unità scelte tedesche ed austro-ungariche lanciarono il 24 ottobre 1917 una controffensiva, cogliendo di sorpresa il comando italiano, nel territorio montuoso dell’Alto Isonzo e spostando le operazioni belliche all’interno del territorio italiano.

Per l’armata austro – tedesca la vittoria finale sembrava ormai a portata di mano. Ma così non fu!

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