La tragica e dimenticata strage dei Cosacchi friulani

La Storia è quasi sempre scritta dai vincitori. Che spesso tendono a dimenticare o ad alleggerire le proprie colpe e a sottolineare pesantemente le barbarie degli sconfitti.

Il risultato non è tanto la negazione della verità quanto il lento stemperarsi del ricordo di episodi tuttaltro che esaltanti per i soprannominati vincitori, compromettendo in molti casi l’obiettività che dovrebbe essere lo scopo primario della Storia.

Una cosa, comunque, è certa: la guerra trasforma in bestie i belligeranti, sotto qualunque bandiera combattano, come dimostra l’avvenimento ormai pressoché dimenticato che stiamo per raccontarvi. Una vicenda che si è sviluppata negli ultimi tragici mesi della Seconda Guerra Mondiale e che potremmo intitolare “La fine dei cosacchi friulani”.

Questi i fatti. Dall’agosto del ’44 all’aprile del ’45 decine di migliaia di cosacchi e di caucasici (soldati con relative famiglie appresso), trasportati dalla Russia e dall’Europa orientale su decine di convogli ferroviari, occuparono la Carnia e l’Alto Friuli, spesso dopo aver costretto la popolazione locale ad uno sfollamento forzato.

Contrariamente a quanto si potrebbe supporre, questi cosacchi non appartenevano all’Armata Rossa bensì erano inquadrati regolarmente nei ranghi della Wehrmacht. Erano arrivati stremati in quella parte del Friuli che i nazisti avevano soprannominato Kosakenland in Nord Italien e promesso loro in cambio di una efficace repressione contro le formazioni partigiane italiane e titine.

Quella che nell’agosto del ’44 scese dai carri bestiame dei lunghi convogli ferroviari apparve agli occhi dei friulani più una umanità disperata di profughi che una forza militare d’occupazione. Ad esempio, l’allora parroco del paese di Buia scrisse sul suo diario di averli visti «sui carri, tipici carri primitivi, stretti, sconnessi e sgangherati su cui stanno le più disparate cose, utensili e pignatte, damigiane e fusti, casse e sacchi, fieno e patate, pannocchie da scartocciare, tralci di uva, pagliericci e coperte e indumenti d’ogni sorte, tutto ammonticchiato alla meglio; e gente, uomini di tutte le età, con barbe incolte, parecchie donne, alcune famiglie con i piccoli, in male arnese, merci che lasciavano un tanfo nauseabondo al loro passaggio. Molti dei carri sono coperti con pelli di bovini, di recente macellazione, con tappeti e corsie, con teli da tenda, con copriletti … Gli uomini indossano le divise più disparate, in maggioranza hanno il copricapo dei cosacchi, berretto nero di pelo con la parte superiore rossa, blu, verde».

La stessa impressione di popolo in fuga l’ebbe anche un alto funzionario nazista locale, che si precipitò ad inviare a Berlino una relazione allarmata: «Ci si aspettava brigate e reggimenti cosacchi bene organizzati, che potessero essere immediatamente impiegati nelle lotte contro le bande. Non era noto a sufficienza che si trattava di profughi, i quali erano da diversi mesi in cammino dall’est a piedi e per ferrovia, con attrezzature, armamento ed abbigliamento di emergenza, e che nelle carovane si trovavano le famiglie dei cosacchi in armi…».

Foto di gruppo di Cosacchi

Foto di gruppo di Cosacchi

Quest’aspetto da Armata Brancaleone trasse inizialmente in inganno anche i comandanti delle formazioni partigiane di confine, che, purtroppo, impararono a conoscere ben presto sulla loro pelle e su quella degli abitanti dei paesi della Carnia e dell’Alto Friuli la feroce, selvaggia efficacia della repressione cosacca.

Che i cosacchi combattessero a fianco dei tedeschi può sorprendere chi della loro storia conosce solo la snervante guerriglia messa in atto contro le truppe napoleoniche nel drammatico inverno del 1812.

I cosacchi costituivano una popolazione che viveva soprattutto nelle steppe meridionali della Russia e dell’Ucraina, con una propria cultura ed una propria lingua. Al contrario delle altre popolazioni russe, per secoli non conobbe la servitù della gleba, si amministrava autonomamente ed eleggeva i propri comandanti. A partire dal 1721, però, con la Russia diventata Impero, i cosacchi cominciarono a perdere la loro indipendenza, mantenenedo però la loro “identità nazionale” in fatto di cultura, usi e costumi.

Durante la guerra civile del 1918-1920, i cosacchi, tradizionalmente fedeli allo Zar, combatterono in massa con i gruppi controrivoluzionari detti “Bianchi”, una scelta di campo che fu pagata a caro prezzo. Circa un milione di loro un quarto dell’intera popolazione, fu sterminato dai Bolscevichi negli anni Venti.

Date queste premesse, si può comprendere perché nel 1941, quando Hitler attaccò l’Unione Sovietica, la popolazione cosacca vedesse di buon occhio i tedeschi (come si vede sotto nel filmato dell’epoca) e che interi reggimenti di cosacchi passati compatti nelle fila della Wehrmacht. La speranza era di rientrare in possesso degli antichi privilegi, compresa l’amministrazione autonoma dei loro territori.

Dopo la sconfitta catastrofica di Stalingrado, per sfuggire ad una nuova sanguinosa ed inevitabile rappresaglia da parte dei sovietici, migliaia di questi cosacchi si ritirano dall’Unione Sovietiva assieme a quanto rimaneva della Wehrmacht, portandosi appresso famiglie e bestiame.

Dopo un lungo peregrinare verso Ovest, costantemente inseguita dall’Armata Rossa, parte di questa moltitudine fu trasportata nel 1944 nella zona di Tolmezzo dove, secondo le promesse naziste, avrebbe potuto fondare una nuova patria, contando anche sulla presenza di circa 23mila altri connazionali che avevano combattuto in Jugoslavia.

Per sette mesi cercarono faticosamente di ricostruire nell’Alto Friuli i loro villaggi, riprendendo costumi, tradizioni e religione delle lontane terre d’origine. Questo fino alla fine aprile del 1945 quando, con la guerra ormai alla fine, 25mila tra uomini, donne e bambini, con migliaia di cavalli e qualche cammello si diressero in Austria, valicando in mezzo alla neve il Passo di Monte Croce Carnico. Non volevano arrendersi ai Partigiani italiani e titini, perché temevano di essere uccisi. Così si consegnarono agli inglesi che, con la promessa di un possibile trasferimento in Canada, li ammassarono in un’ampia area alle porte di Lienz, dove erano già accampati migliaia di Caucasici che avevano combattuto per la Germania.

La commemorazione annuale al Cimitero dei Cosacchi a Lienz

La commemorazione annuale al Cimitero dei Cosacchi a Lienz

Invece, dopo aver catturato con l’inganno tutti gli ufficiali, i soldati inglesi circondarono l’immenso accampamento e con la forza delle baionette spinsero questa umanità terrorizzata su treni con destinazione l’Unione Sovietica e la morte certa (nell’immagine di apertura, “Il tradimento dei cosacchi a Lienz”,  quadro di S.G.Korolkoff) .

Migliaia di persone, specie donne con i loro bambini, preferirono suicidarsi sul posto, gettandosi nelle gelide acqua della Drava. Molti furono uccisi dal fuoco inglese mentre cercavano di fuggire o durante i rastrellamenti nelle fattorie della zona.

Il primo giugno 25mila persone delle 32mila ammassate attorno a Linz furono consegnate ai sovietici che in seguito fecero raid improvvisi nei campi di prigionia sotto controllo americano ed inglese, prelevando a forza altre centinaia di persone, per lo più anziani, donne e bambini. In tutto furono consegnati ai sovietici 150mila persone: la maggior parte di loro fu passata per le armi, qualcuno finì i suoi giorni nei gulag o nelle miniere degli Urali dove fu privato del diritto di risalire in superficie.

La tragedia dei cosacchi “friulani” è rimasta a lungo sconosciuta o negata, anche in Inghilterra, dove i pochi ufficiali ancora in vita che hanno preso parte attiva all’operazione si ostinano a giustificasi dicendo di “aver semplicemente obbedito agli ordini”, una frase usata anche da colleghi di altri eserciti!

A Lienz, in località detta Peggetz, sulle rive della Drava sorge oggi un cimitero semi nascosto. Qui, il 2 giugno di ogni anno centinaia di cosacchi provenienti da tutto il mondo si ritrovano in questo luogo simbolo, dove i sepolti sono però soltanto trecento.

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