Il pozzo della polenta e la scalinata di Corinando

Corinaldo, paese dei cento scalini, della santa, dei matti

La marchigiana Corinaldo è uno dei borghi più belli d’Italia. Ed anche dei “polentoni” e dei “matti”.

La lunga scalinata di Corinaldo

La lunga scalinata di Corinaldo

Chi di voi che, come noi, ha doppiato abbondantemente la boa dei 50 anni forse ricorda la canzone Scalinatella resa famosa dal grande interprete della tradizione musicale napoletana che è stato Roberto Murolo. Quella che inizia con “Scalinatèlla longa, longa, longa, longa / Strettulélla, strettulélla, addó’ sta chella ‘nnammuratèlla?”.

Ebbene, una “scalinatèlla longa, longa, longa, longa” la trovate a Corinaldo. Battezza “Piaggia”, con i suoi cento gradini è il fulcro della storia e delle tradizioni di questo splendido borgo posto su una collina nel cuore delle Marche, circondato da vigneti e campi.

Al centro della Piaggia trovate un pozzo che originalmente fu fatto costruire dal tiranno Antonello Accattabriga nella seconda metà del Quattrocento per approvvigionare d’acqua una parte del paese.

Il nome dice molto del carattere di questo personaggio di cui scrive nel 1846 il cavalier Gaetano Moroni Romano (primo aiutante di camere di papa Gregorio XVI) nel suo ponderoso Dizionario di erudizione storico-ecclesiastica costituito di ben 103 volumi, a cui occorre aggiungerne altri sei dell’indice. Un’opera che benché oggi giudicata antiquata continua ad essere una straordinaria miniera di dati altrimenti irreperibili.

Le mura di Corinaldo

Le mura di Corinaldo

Ebbene alla pagina 275 del volume XXXVI, Gaetano Moroni Romano scrive che, nella sua azione di riconquista delle terre marchigiane precedentemente perse dal Papato, il capitano di ventura Francesco Sforza spedì nel 1443 a Corinaldo «Antonello Accattabriga da Castelfranco dell’Emilia, suo capitano, il quale accrebbe le fortificazioni del luogo, edificandovi una munita rocca a poca distanza dall’abitato, ed avuto in dono il paese dalla Sforza, ne divenne ferocissimo tiranno. Disarmò tutti con vani pretesti, pose a morte i ricchi ed i virtuosi, altri spogliò delle sostanze, e le oneste donne sottopose a nefandi trattamenti. Movendo il Piccinino (condottiero al servizio del duca di Milano Filippo Maria Visconti, ndr) a danno di Sforza, la tirannia di Antonello fu alquanto temperata dalla presenza della duchessa Bianca Maria, la quale scelse Corinaldo come luogo forte della sua dimora. Discacciati gli Sforzeschi dallo stato della Chiesa, nel 1447 si ordì in Corinaldo una congiura per liberarsi dal tiranno, capi della quale furono un Tesei ed un Borri, che alla testa de’ popolani s’impadronirono della forteza, e recuperarono co’ propri sforzi la libertà, salvandosi Antonello con rapida fuga. Dopo mature deliberazioni rinnovò Corinaldo la volontaria dedizione alla santa Sede …». Come segno visibile di questa “volontaria dedizione” fu l’aggiunta delle chiavi apostoliche nello stemma comunale formato da sei monti.

La rocca di Antonello Accattabriga fu smantellata dai paesani per evitare di attrarre le mire di qualche altro usurpatore e successivamente sulle sue rovine fu edificato un monastero.

Purtroppo per il borgo marchigiano le disgrazie non finirono con la cacciata dell’Accattabriga. Infatti, come scritto a pagina 282 del Dizionario Corografico dello Stato Pontificio del 1856, «avvezza Corinaldo sin dalla sua origine a patir d’ogni maniera disastri, ed a resistere fortemente coll’armi ai nemici quando il bisogno lo richiedeva, non si sgomentò punto di sostenere per 23 giorni continui il terribile assedio che nel 1516 le moveva il duca di Urbino, con tanta gloria di lei e tal danno e corno dell’inimico che riscosse lodi e particolari beneficenze da parte di Leone X».

Il Gruppo Storico di Corinaldo

Il Gruppo Storico di Corinaldo

Questo episodio di resistenza eroica è oggi spunto per la rievocazione storica in costume del Cinquecento che si svolge la terza domenica di luglio, detta Contesa del pozzo della polenta. Più propriamente, infatti, la manifestazione celebra il famoso pozzo posto al centro della scalinata di via Piaggia, accennato all’inizio, che garantì le riserve idriche durante l’assedio da parte del duca di Urbino.

Perché Pozzo della polenta? Si narra che in tempi oramai lontani, un uomo saliva la bellissima, quanto lunga, scalinata del paese con un sacco di farina di granoturco sulle spalle. Giunto nei pressi del pozzo, sfinito, appoggiò il sacco sul bordo per riprendere fiato. Per colmo di sfortuna, il sacco cadde all’interno del pozzo. Il povero uomo nel tentativo di recuperarlo si calò nel pozzo. Ciò non passò inosservato alle pettegole di paese, che non vedendolo riaffiorare, incominciarono a dire che si stava mangiando la polenta nel pozzo. Alcune giurarono addirittura di aver visto buttare anche delle salsicce di maiale nel pozzo.

A Corinando (che peraltro ha dato i natali a Santa Maria Goretti) sono vissuti altri tipo strambi, tanto da farle meritare il soprannome di “paese dei matti”. Li racconta Mario Carafòli nel suo I matti di Corinaldo.

C’era, ad esempio, il signor Gnecco (il vero nome è ormai scordato) che amava bere vino. Quando si ubriacava, sentiva caldo anche d’inverno ed era solito gettarsi nella vasca della fontana che a quei tempi (sempre in epoca ottocentesca) si trovava in piazza del Terreno. Un giorno vi si buttò nudo e i carabinieri lo tennero in gattabuia per due giorni.

C’era Pietrino Del Mosciuto (il suo vero nome era Battistini Pietro) che era un falegname ma dormiva in una stanza del convento degli Agostiniani. Un giorno, nel periodo delle ostilità con l’Abissinia, Pietrino spedì una lettera a Francesco Crispi, allora presidente del Consiglio, protestando aspramente perché si era permesso di dichiarare una guerra senza interpellarlo. Volevano così arrestarlo, ma fortunatamente il sindaco riuscì a mediare per lui e a spiegare ai carabinieri che era un “matto”.

Farinello (Colombaroni Paolo), invece, abitava al Borgo di Sopra e, quando era ragazzo, scappò di casa per arruolarsi con Garibaldi: si diceva che quella sua eroica e paurosa avventura gli avesse lasciato un po’ tocco il cervello. Infatti, finite le battaglie garibaldine, tornò a Corinaldo e anche qui continuò a comportarsi come un soldato perché andava in giro con la camicia rossa (se non addirittura senza), il berretto e la medaglia di Garibaldi appesa al collo. Così conciato, portava i sacchi di farina ed era sbeffeggiato dai bambini che lo chiamavano “Farinello”.

La "casa" di Scuretto

La “casa” di Scuretto

Se poi fermate a metà di via Piaggia, al numero civico 5 vi trovate di fronte ad uno strano edificio con solo la facciata. La sua storia è raccontata da una targa.

«Questa è la “casa” di Scuretto, al secolo Gaetano, calzolaio, uomo semplice ed eccellente bevitore. Il figlio, emigrato in America, gli mandava regolarmente dei soldi per costruire una casa, a Corinaldo, dove tornare un giorno ad abitarvi. Scuretto i soldi se li beveva regolarmente nelle osterie del borgo, finché il figlio, insospettitosi, chiese una foto della casa. Scuretto allora fece costruire solo la facciata, con tanto di numero civico, e si fece fotografare di fronte, come affacciato ad una delle finestre. La casa o meglio la facciata, oggi è ancora qui, incompiuta, anche perché i soldi non arrivarono più».

Oggi Scuretto vive nel nome di un’osteria vicino alla sua “casa”. L’Osteria de Scuretto (via Vincenzo Cimarelli 2), oltre che un ristorante è anche un luogo di vendita e degustazione di prodotti eno-gastronomici di alta qualità artigianale e di produzione prevalentemente locale.

Su questa mappa di Corinaldo trovate altri indirizzi “gustosi” per l’acquisto di prodotti locali.  Il dolce tipico corinaldese è rappresentato dalle pecorelle, dolce natalizio semplice e genuino fatto con una sfoglia ripiena di mosto, noci, buccia d’arancia, zucchero, olio extra vergine d’oliva.

 

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