Che difficile viaggiare nel Medioevo!

L’istinto di viaggiare, di spostarsi a lungo raggio per raggiungere luoghi sconosciuti, è antico quanto l’uomo.

In cammino su una strada medievale.A dar retta a uno dei numerosi Apocrifi dell’Antico Testamento, che ne ampliano il racconto narrativo con episodi non riconosciuti dall’ortodossia cristiana, dopo che furono cacciati dal Paradiso terrestre (Genesi 3,23), Adamo ed Eva “costruirono una capanna e passarono sette giorni piangendo e gemendo in grande afflizione. Dopo sette giorni, però, provarono fame e cercarono cibo che potessero mangiare, ma non lo trovarono … E Adamo si mise in cammino per tutta la terra”.

Ma è nel Medioevo che il viaggiare diventa fatto di massa, evento sociale, atto spirituale (pellegrinaggi verso Santuari ad espiazione dei peccati), o semplicemente nella speranza di trovare migliori condizioni di vita.

Questo millennio – che vide un movimento pressoché ininterrotto di diseredati, contadini, studenti girovaghi (clerici vagantes), mercanti, soldati, nobili, re ed imperatori con relativo seguito, spostarsi da e per ogni parte d’Europa – non fu un susseguirsi di secoli bui, come propagandò il nostro Ottocento unitario, bensì un periodo molto vivace, con un “modo di viaggiare” simile a quello dei giorni nostri. Come ed in che modo lo scopriamo con Cosimo Damiano Fonseca, autore di “Viaggiare nel Medioevo: percorsi, luoghi, segni e strumenti”.

strade-medievali-02Ma come si viaggiava nel Medioevo? Per averne un’idea, suggerisce Fonseca, basta fare trekking nella brutta stagione, con un semplice zaino sulle spalle, abbandonare la comodità dell’asfalto per imboccare i viottoli di campagna ed i sentieri nei boschi.

“Solo in queste condizioni, quando si cammina su strade polverose, piene di buche e cosparse di sassi, su strade che, d’autunno, si coprono di fango, nel quale si sprofonda fino alle caviglie, e che, d’inverno, solcate dai veicoli, gelano, rendendo il percorrerle un’avventura per l’uomo e ancor più per gli animali, che rischiano continuamente di rompersi una zampa, ebbene solo allora si sperimentano i disagi provati dai contadini in tempi lontani, quando volevano raggiungere i loro campi, o le difficoltà dei pellegrini, dei mercanti e di ogni altro tipo di viaggiatori del Medioevo. Solo così si comprende appieno la funzione basilare delle strade”.

Già, le strade …ma che strade? Non avevano una struttura ben definita, a parte ciò che rimaneva della rete viaria romana. Le “nuove” seguivano l’orografia del terreno, spesso erano il semplice adattamento di vecchie mulattiere. Non avevano infrastrutture ben definite, come ai tempi dei romani, ma solo soluzioni essenziali, spesso di fortuna, come quelle legate all’attraversamento di un fiume, di un valico montano.

La strada medievale era raramente pavimentata, tranne (e non sempre) che sui ponti, nelle zone scoscese o presso monasteri ed ospedali.

Enrico I d'Inghilterra.

Il primo ad interessarsi delle condizioni della rete del proprio regno fu l’inglese Enrico I con una serie di disposizioni emanate intorno al 1115. Innanzitutto, bandiva la pace per chi percorreva una via regia (erano però solo quattro in tutta l’Inghilterra), che era sotto la sua protezione; prevedeva pene per gli autori di assalti e fatti di sangue commessi sulle vie regie; definiva le dimensioni di una via regia, che doveva essere tanto larga da consentire il passaggio di due carri affiancati o di sedici cavalieri armati affiancati.

Infine, Enrico I sanciva l’inviolabilità di queste strade: nessuno poteva chiuderla o danneggiarla, pena la condanna come “rompitore della strada”.

Il tutto può essere riassunto con lo slogan “pace e libera circolazione sule vie regie”. Ma era proprio così? Non proprio, se si tiene conto che nella Germania della seconda metà dell’undicesimo secolo si succedettero diverse “paci territoriali” sulle vie posto sotto l’autorità del re.

La loro tranquillità era spesso compromessa non tanto dai fuorilegge quanto dalle violenti liti tra viaggiatori e proprietari delle terre ai lati della via. Ad esempio, le Paci stabilivano che i viandanti potevano far riposare e nutrire i loro cavalli con il foraggio che potevano tagliare, col coltello o la falce, tenendo però un piede fermo sull’orlo della strada. Chi si spingeva oltre questo limite era considerato un ladro e come tale impiccato.

Due pagine del codice Sachsenspiegel.

C’erano poi litigi per i diritti di precedenza, a cui il cosiddetto Sachsenspiegel, scritto da un privato cittadino della Sassonia intorno al 1225,cercò di dare ordine.

Questa sorta di primo Codice della strada non risolveva certo la questione della circolazione a destra o a sinistra, ma stabiliva, ad esempio, che il carro vuoto doveva dare la precedenza a quello carico, il meno carico al più carico, il viaggiatore a cavallo al carro, il pedone al cavaliere. Nell’attraversamento di un ponte, normalmente a senso unico, la precedenza spettava a chi era arrivato per primo.

Per raggiungere la meta desiderata, non bastava certo mettersi in cammino su una strada più o meno sicura, ma bisognava conoscere con una certa sicurezza il tragitto da seguire. Ed ecco che nel 1360 apparve in Inghilterra la prima carta stradale “moderna”. Era la Gough Map che riportava circa seicento località ed una rete di circa 4mila chilometri, con tanto di indicazione della distanza fra un posto e l’altro.

La Gough Map del 1360.

L’antenato dell’attuale navigatore è di qualche anno successivo alla fine ufficiale del Medioevo. Nel 1501, infatti, venne pubblicata a Norimberga una mappa (30 x 40 centimetri) delle vie dell’Impero, con ben 830 località e con le strade rappresentate da file di puntini, ognuno dei quali rappresentava una distanza di un miglio tedesco, circa sette chilometri.

Grazie a questa carta, il viaggiatore poteva programmare a tavolino l’itinerario per raggiungere la destinazione voluta, selezionare i luoghi di pellegrinaggio da visitare (indicati con il simbolo di una piccola chiesa colorata), calcolare le distanze da percorrere e le ore di luce a disposizione d’estate, indicate a margine della carta per ogni meridiano d’Europa.

Una volta in marcia, il viandante medievale aveva davanti a sé settimane se non mesi di viaggio, durante i quali aveva necessità di mangiare e riposare. Ed ecco l’incontro con locande, osterie, ospizi e con la variegata fauna umana che li frequentava. Di questo ci occuperemo prossimamente.

Intanto, ecco il canto goliardico In taberna quando sumus dell’undicesimo secolo che esalta i piaceri ed i pericoli di quel luogo di autentica perdizione che era la taverna medievale.

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