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Canestrello, quando un biscotto diventò moneta

Il canestrello ligure fu per lungo tempo considerato tanto prezioso che la sua immagine fu inserita in una moneta d’oro.

Canestrelli di TorrigliaQuesta è la storia di un dolce che fu moneta. O anche di una moneta che fu dolce. Qual che sia, vi diciamo subito che il protagonista dell’una e dell’altra storia è il canestrello o canestrelletto: dipende in quale paese dell’Alta Val Trebbia vi trovate a passare.

La nostra storia è ambientata nell’entroterra genovese, nell’Alta Val Trebbia, appunto. Quando? Siamo attorno al 13° secolo, nello splendore della Superba, della Dominante, della Dominante dei mari, della Repubblica dei magnifici. Insomma, della Repubblica di Genova.

La ricchezza (di pochi) era sulla costa mentre nei paesi interni la povertà la faceva da padrona. In cucina dominavano – e fortuna ad averceli – segale, veccia, scandella. Frumento e farina bianca, quando c’erano, erano un lusso da centellinare sacralmente. Non certo da sprecare per qualcosa di superfluo come un dolce.

Che scandalo ma anche quanta invidia quando qualcuno (sembra dei produttori di ostie) iniziò a produrre con la tanto preziosa farina bianca i canestrelli – strani biscotti a forma di margherita secondo alcuni o a forma di canestri secondo altri – e a venderli sul sagrato delle chiese e nei mercati!

Genovino con il simbolo del canestrello evidenziato (da mtchallenge.it)Sta di fatto che dai paesini della Valle la novità scese velocemente sulla costa dove, per la preziosità della materia prima, assurse a sinonimo d’abbondanza, tanto che la Superba decise di rappresentarli nel conio per il Genovino, la sua moneta d’oro, proprio a ribadire la sua immensa ricchezza.

Quanto venissero considerati “monetariamente” questi biscotti basti pensare che all’inizio dell’Ottocento, con Genova entrata a far parte del Regno di Sardegna, gli iscritti alla Confraternita di San Vincenzo di Torriglia (la “porta dell’Alta Val Trebbia”) pagavano una tassa d’iscrizione di una mutta (la moneta dei Savoia) ricevendo per resto un canestrello.

Per la cronaca, qualcosa di analogo successe un’ottantina d’anni più tardi a Bologna quando i sigari costavano meno di un carlino, moneta circolante allora nella città, ed i tabaccai davano come resto un giovane quotidiano, da allora e fino ad oggi noto come Il Resto del Carlino.

Festival del Canestrelletto di TorrigliaMa ritorniamo al nostro canestrello, il cui nome compare per la prima volta in un documento ufficiale del 1576 relativo ad un fatto di cronaca nera accaduto sulla via pubblica della Trebbia. Un mulattiere era stato accoltellato e derubato “di un cavagno (cesta, ndr) di damasche (tessuto, ndr) e canestrelli”. Tenendo conto del valore dato a quei biscotti, era come se l’assassino si fosse impossessato di un sacchetto di monete sonanti.

I primi tentavi di commercializzazione dei biscotti sono del 1829 ad opera di “Pollicina”, ovvero Maria Avanzino, proprietaria insieme al marito Giuseppe Dondero del primo Bar Caffè di Torriglia. Da allora, il paese viene considerato patria del canestrello, o del canestrelletto come lì viene chiamato ancora oggi e dove all’inizio di giugno è protagonista di un apposito festival. Il Festival del canestrelletto di Torriglia, appunto.

Attualmente il vero canestrelletto di Torriglia PAT (Prodotto Agroalimentare Tutelato) è proposto da sette aziende locali: una fabbrica pasticcera, una pasticceria, due forni e tre laboratori artigianali.

Riguardo Bruno Brida

Bruno Brida
Direttore Responsabile (bruno.brida@gustosamente.it) - Giornalista da oltre 40 anni, caporedattore centrale di periodici locali, con la passione per i motori, la storia e per ... i piaceri della tavola e della buona compagnia!

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