Serie di foto segnaletiche storiche di banditi sardi

Barbagia, selvaggia terra del banditismo ribelle

La Barbagia è il cuore della Sardegna. Una vasta regione montuosa nel centro dell’isola che si estende sui fianchi dell’arcigno massiccio del Gennargentu.

Per secoli e fino a tempi vicini a noi la Barbagia fu regno del banditismo sardo, fenomeno indubbiamente malavitoso ma che ha origine nella millenaria lotta condotta dai sardi contro tutti i nemici esterni intenzionati a sfruttare la loro terra.

Quando nel VI secolo a.C. i Cartaginesi diedero inizio alle loro incursioni, gli isolani sfruttarono proprio le zone montuose inaccessibili del centro Sardegna come ultimo baluardo di difesa e spesso di offesa. Per il carattere selvaggio e bellicoso dei nativi, i Romani, che presero il controllo del territorio dopo la Terza Guerra Punica, diedero loro il nome di Barbari, assimilandoli alle indomabili genti nordiche esterne all’impero.

Gli sforzi di conquista si scontrarono con le prime efficaci forme di guerriglia. I barbari uscivano allo scoperto per colpire e depredare, per poi sparire nell’oscura e misteriosa Barbagia; i Romani rispondevano con sanguinose repressioni. Alla fine si arrivò, per lo sfinimento dei contendenti, ad una sorta di pace armata che, con alterne vicissitudini, tenne fino alla caduta dell’impero.

Vandali, Bizantini, Arabi, Aragonesi si alternarono nello sfruttamento impietoso dell’isola, a cui la popolazione contrappose una resistenza passiva fatta di ostilità e di chiusura. La situazione non mutò con l’avvento, all’inizio del Settecento, del Regno sardo-piemontese ed un secolo e mezzo più tardi, del Regno d’Italia. Sardegna fu trattata dai Piemontesi come una colonia, da sfruttare e depredare delle sue ricchezze naturali, soprattutto boschive e minerarie.

La situazione di spogliazione e di miseria in cui versava la popolazione isolana portò all’ampliamento del fenomeno del banditismo. Banditi come Giovanni Salis Corbeddu o il dorgalese Berrina furono considerati come dei moderni Robin Hood, che si opponevano ai soprusi dei ricchi e potenti. Fu in quel periodo che si formò l’immagine del bandito, coraggioso, fiero, certamente spietato, però giusto, saggio e capace di aiutare il prossimo. Perfino Antonio Gramsci ammise di aver subito il fascino dei banditi Giovanni Tolu e di Francesco Derosas.

Avviso di taglia per la cattura di Graziano Mesina

Per la gente della Barbagia, e non solo, il ruolo del bandito era ben definito: combattere i soprusi attuati dai potenti e dare dignità a chi aveva poca voce nella Sardegna del tempo. Il bandito si opponeva al potere, uccideva e poi si dava alla latitanza. La popolazione era consapevole di ciò e lo aiutava rispettando quelli che erano i canoni del cosiddetto Codice Barbaricino, che prevedeva la libera proprietà e non quella privata, che ammetteva l’abigeato solo in condizioni di necessità, che toglieva le offese e tutelava l’onore personale.

A cavallo della Seconda Guerra Mondiale il bandito Egidio Podda spadroneggiava sull’isola, terrorizzando i ricchi proprietari ed offuscando il potere centrale, incapace di contrastare le sue scorribande. Con Graziano Mesina, il “re delle evasioni” termina l’epoca per così dire “romantica” del banditismo, quella dello spirito ribelle della gente sarda, della lotta ideologica contro le ingiustizie, reali o presunte tali, del potere centrale.

Alla storia del banditismo sardo, in particolare a quello della Galluria, confinante alla Barbagia, è stato dedicato un museo. Si trova nel borgo di Aggius, che fu epicentro del banditismo gallurese per circa tre secoli: dalla metà del Cinquecento, in pieno periodo spagnolo, alla metà dell’Ottocento, sotto la dominazione sabauda.

Durante questo lungo e travagliato periodo nell’allora vasto territorio di Aggius omicidi, agguati, furti di bestiame e danneggiamenti furono all’ordine del giorno, tanto che nel 1726 un rapporto molto dettagliato delle autorità locali attribuì ad Aggius il poco edificante primato nel traffico clandestino di cereali.

Il Fiore Sardo

Fiore Sardo, antico formaggio ovino tipico di molti paesi della Barbagia

Fiore Sardo, antico formaggio ovino tipico di molti paesi della Barbagia

Poiché un buon numero di banditi barbacini dell’Ottocento e del Novecento erano pastori, concludiamo l’argomento parlando del Fiore Sardo. Si tratta di un formaggio ovino (si narra che risalga all’età del bronzo), dalla forte personalità, tipico delle aree interne della Sardegna, come alcuni comuni della Barbagia come Gavoi, Ollolai, Ovodsa, Lodine, Fonni, Orgosolo.

Un tempo era prodotto dai pastori nei loro rifugi di montagna.  Poste su un letto di canne vicino al focolare al centro dell’unica stanza, le forme trascorrevano il primo periodo di stagionatura, acquisendo il caratteristico sentore di affumicato.

Le origini del nome di questo formaggio dalle caratteristiche sensoriali uniche nel panorama sensoriale nazionale sono incerte. Una tradizione vorrebbe che derivi dall’impiego, in passato, dei pischeddas, stampi in legno di castagno (in alternativa di pero), sul cui fondo era inciso un fiore simile all’asfodelo, spesso accanto alle iniziali del produttore, che così personalizzava le sue forme. Un’altra tradizione vorrebbe il nome dovuto all’uso, sempre un tempo, di un coagulante vegetale ottenuto dal fiore di cardo.

La lavorazione moderna del Fiore Sardo avviene in tre fasi. Nella prima fase si pongono le forme direttamente nel locale di produzione, per l’affumicatura a fuoco; nella seconda si spostano le forma in un altro locale dove rimangono per almeno 90 giorni; nella terza ed ultima fase le forme sono trasportate in cantine di maturazione dove vengono lavate ed oliate. Tutta la lavorazione dura almeno 105 giorni.

 

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